Il prossimo terremoto? In Italia 11.05.2011 – Roma? (aggiornamento al.25.05.2011)


Terremoti di magnitudo superiore a 6 della scala Richter degli ultimi 100 anni.

Terremoto: scosse a Forlì, nessun danno

Sette scosse di terremoto, di magnitudo compresa tra 2.1 e 3, sono avvenute nel distretto sismico di Montefeltro, in provincia di Forlì e Cesena.

Secondo i rilievi dell’Istituto di geofisica e vulcanologia, la scossa più forte si è verificata a una profondità di 8,1 chilometri ed è stata avvertita in particolare nei comuni di Bagno di Romagna e Verghereto.

Uno sciame sismico è stato registrato dalle 17 in poi in Appennino nella provincia di Forlì-Cesena. La più forte di queste, intorno alle 19, ha raggiunto la magnitudo di 3.0. Poco dopo una replica di magnitudo 2.9. Non vengono segnalati al momento danni a persone o cose. Le località prossime all’epicentro sono San Piero in Bagno, Verghereto e Santa Sofia.

Più forte sembra essere stata la scossa delle 0:05. Non ci sono ancora dati certi. Al momento non si segnalano danni a persone o a cose.

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Terremoto a Roma, impossibile prevederlo

INGV risponde sul sito alle domande sulla previsione del sisma dell’11 maggio

06 maggio, 22:20

Terremoto a Roma, impossibile prevederlo

ROMA –  Non c’e‘ nessun elemento scientificamente fondato per dire che a Roma ci sara’ un terremoto il prossimo 11 maggio. In generale, anche se tutta l’Italia e’ a rischio sismico, ”Roma ha una pericolosita’ sismica modesta”: cosi’ i sismologi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) rispondono alle tante domande che stanno ricevendo in questi giorni sulla previsione del terremoto dell’11 maggio a Roma. D’altro canto, rilevano, dall’analisi delle carte di Raffaele Bendandi (l’autodidatta, morto nel ’79 e vissuto a Faenza, al quale la previsione e’ stata attribuita) ”non emerge nessuna previsione di un eventuale sisma a Roma per l’11 maggio di quest’anno”. ”Roma – spiegano gli esperti dell’Ingv – e’ ubicata piuttosto ai margini della zona a maggiore sismicita’ della penisola e quindi ha una pericolosita’ sismica modesta. A parte piccoli terremoti locali molto rari, risente dei terremoti dell’Appennino centrale e di quelli dei Colli Albani, che sono meno forti”.

Va detto comunque, aggiungono, che ”la probabilita’ che avvenga un forte terremoto in Italia centrale in un qualunque giorno dell’anno e’ bassa, ma non e’ nulla”. E’ solo una credenza popolare quella secondo cui Roma non e’ a rischio di terremoti per il suo sottosuolo e’ pieno di cavita’: ha origine da antiche teorie di Aristotele e Plinio il Vecchio, secondo cui i terremoti erano causati dai gas sotterranei e che le cavita’ nel sottosuolo di Roma lasciassero uscire i gas all’esterno allentando la pressione. Altrettanto aleatori sono i principi su cui si basa la teoria di Bendandi, costruita su presunte forze generate dagli allineamenti di pianeti, Sole e Luna. Lo stesso Ingv sta collaborando alla sistemazione dei numerosi appunti di Bendandi (non ha mai pubblicato le sue teorie su riviste scientifiche) in collaborazione con l’istituzione culturale ”La Bendandiana”.

Prevedere i terremoti sulla base dei movimenti degli astri, osserva l’Ingv, non ha basi scientifiche perche’ ”le forze causate dai corpi celesti sulla Terra sono piccole rispetto alle forze interne, quelle determinate dallo spostamento delle placche”. Ad oggi, infine, ”non e’ possible prevedere i terremoti” perche’ la complessita’ dei fenomeni che li generano non lo permette. ”Si possono pero’ fare delle previsioni probabilistiche, cioe’ si puo’ stimare la probabilita’ che si verifichi un terremoto di una certa magnitudo, in un determinato intervallo di tempo e in una certa area”.

Dopo la smentita non ufficiale degli organi di informazione in riguardo a notizie insistenti sulla predizione di un terremoto su Roma il 11 maggio 2011 da parte del defunto studioso Raffaele Bendandi, resta la curiosita’ di capire come diamine si sia formata questa voce echeggiata nel web.
Se si risale a ritroso la corrente di notizie, queste si perdono nei meandri del tempo e non si riesce a capire come mai queste voci si sia aspettato a negare soltanto a sette mesi dal paventato evento.
Quindi Raffaele Bendandi, ufficialmente, non ha mai predetto alcun terremoto su Roma per quel periodo e per l’ anno successivo, o , perlomeno, i documenti ritrovati riguardo a predizioni per 2011 e 2012 , sono in parte bruciacchiati ed indecifrabili, quindi nessuno si prendera’ la responsabilita’ di fare niente.
Bendandi era sismologo ed astronomo autodidatta, come molti sanno azzecco’ data e luogo di alcuni terremoti, di alcuni di questi registro’ la predizione da un notaio, quando questi effettivamente si verificarono, si guadagno’ una certa notorieta’.
Ora la popolazione di Roma e zone limitrofe potrebbe tirare un sospiro di sollievo se non fosse che non è facile fidarsi di tutto quello che propinano i media. Inoltre chi avesse orchestrato la “falsa” predizione lo avrebbe fatto con grande maestria, in quanto con una breve ricerca in internet ci si puo’ rendere conto che per quanto riguarda Roma, un eventuale terremoto nei prossimi anni, nel periodo di maggio, è gia’ stato preso in considerazione a causa di alcuni fattori concomitanti.
Alcuni di questi scivolano nell’ esoterismo, altri riguardano la pura statistica, altri ancora riguardano la posizione che gli astri avranno in quel periodo. Le quartine di Nostradamus , che in quanto a preoccupare non sono seconde a nessuna previsione a livello mondiale, mostrano questo oscuro panorama:
IX Centuria, quartina 87
– “Il Sole dentro i venti gradi del Toro così forte la terra trema,
Il grande teatro riempito crollerà,
L’aria, Cielo e terra, oscurati e turbati,
Quando l’infedele Dio e i santi invocherà”.
Questa è l’ interpretazione che condivido:
I venti gradi del Toro corrispondono esattamente al giorno 11 di Maggio…Il “grande teatro” potrebbe essere rappresentato dal Colosseo: dunque, a Roma.

Un’altra quartina fa riferimento ad uno spaventoso terremoto per il mese di Maggio:
X Centuria, quartina 67
-”Il terremoto così forte nel mese di Maggio,
Saturno, Caper, Giove, Mercurio nel Toro:
Venere, così nel Cancro, e Marte nella Vergine (Nonnay),
Allora più grossa di un uovo la grandine cadrà.”

Da far venire i brividi? C’e’ dell’ altro. I grandi terremoti sono ciclici, diciamo ogni 500 anni circa, e prima o poi nelle zone sismiche arrivano,, inoltre i terremoti piu’ cruenti avvengono sempre…nel mese di maggio. Eccone un elenco tratto dal “Il libro dei fatti del 1996” adn. Kronos :
DATA E ANNO: LUOGO MORTI: RICHTER
————————————————————-
20 Maggio 526 – Antiochia, Siria – 250.000
20 Maggio 1293 – Kamakura, Giappone – 100.000
16 Maggio 1875 – Venezuela e Colomb. 16.000
18-19 Apr.1906 – San Francisco,Calif- 503 – 8,3 R.
22 Maggio 1927 – Nan-Shan, Cina 200.000 8,3 R.
31 Maggio 1935 – Quetta, India 50.000 7,5 R.
21-30 Mag.1970 – Cile meridionale 5.000 8,3 R.
31 Maggio 1970 – Perù settentrionale 66.794 7,7 R.
6 Maggio 1976 – Friuli, Italia 976 6,5 R.
26 Maggio 1983 – Giappone, honshu – 81 7,7 R.
30 Maggio 1990 – Perù settentrionale 115 6,3 R.
22 Aprile 1991 – Costa Rica e Panama 100 7,4 R.
27 Maggio 1995 – Sakhalin, Russia 5.000 7,6 R.
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Come si puo’ notare, un terremoto devastante nell’ Italia centrale, manca, speriamo continui a mancare. Un altro fatto abbastanza preoccupante riguarda la posizione della Luna al momento di un terremoto. E’ stranamente frequente che la Luna si trovi a circa 297 gradi di longitudine .
Come ricordo, la teoria di Bendandi, mai descritta in maniera precisa, si rifaceva alla posizione dei pianeti del sistema solare, sostenendo che il terremoto è concomitante con una particolare posizione dei pianeti, dei quali la Luna come fattore essenziale. Per provare un brivido basta consultare un sito in rete che calcoli le effemeridi , basta inserire la data ed il luogo e potremo calcolare la posizione della Luna in un qualsiasi giorno, del passato e del futuro.  Buona ricerca.

http://membri.miglioriamo.it/change

Commento all’articolo Nostradamus ed il terremoto su Roma

“Un’altra quartina fa riferimento ad uno spaventoso terremoto per il mese di Maggio:
X Centuria, quartina 67″

questa quartina non ha niente a che vedere con l’11 Maggio 2011.
Le posizioni planetarie descritte appartengono ad un altro periodo.
Dunque, evitiamo brividi inutili.

Quanto ai terremoti storici, ne ho recensiti una ventina tra i più devastanti della storia recente (3 secoli) e uno solo cade in Maggio.
Più altri venti tra i peggiori registrati in Italia e nessuno cade in Maggio.
http://astrologia.astrotime.org/Terremoti-nel-Mondo.html

se per poterne elencare una dozzina occorre spingersi fino al 526 d.C…
possiamo evitare brividi fuori posto.

Quanto alla Luna a 27° del Capricorno, mi piacerebbe vederla!
Dell’elenco qua pubblicato, questi sono i risultati delle posizioni lunari approssimati a Greenwich, dunque con escursione di ±6°

20 Maggio 526 – Antiochia, Siria – 250.000 19 Aquario
20 Maggio 1293 – Kamakura, Giappone – 100.000 23 Scorpione
16 Maggio 1875 – Venezuela e Colomb. 16.000 13 Bilancia
18-19 Apr.1906 – San Francisco,Calif- 503 – 8,3 R. 28 Aquario 11 Pesci
22 Maggio 1927 – Nan-Shan, Cina 200.000 8,3 R. 07 Aquario
31 Maggio 1935 – Quetta, India 50.000 7,5 R. 28 Toro
21-30 Mag.1970 – Cile meridionale 5.000 8,3 R. 03 Sagittario-11 Ariete
31 Maggio 1970 – Perù settentrionale 66.794 7,7 R. 24 Ariete
6 Maggio 1976 – Friuli, Italia 976 6,5 R. 11 Leone
26 Maggio 1983 – Giappone, honshu – 81 7,7 R. 00 Sagittario
30 Maggio 1990 – Perù settentrionale 115 6,3 R. 28 Leone
22 Aprile 1991 – Costa Rica e Panama 100 7,4 R. 13 Leone
27 Maggio 1995 – Sakhalin, Russia 5.000 7,6 R. 14 Toro

In breve, non ce n’è uno che possa corrispondere ai suddetti 297 gradi nell’arco delle giornate.

Non si scrive un articolo del genere rinviando alle effemeridi, che certo nessuno andrà a consultare, solo per lasciare a chi legge la bocca amara di spavento.

E c’è pure chi vi copia, senza a sua volta sapere…
È questo il vostro modo di cambiare il mondo?

Maggio sarà un mese tragico

L’arcangelo Michele e l’arcangelo Gabriele sono lieti di annunciarvi la venuta di vostro fratello in Cristo, Padre Pio…

Eccomi qui, care sorelle, in questa casa dove non ero mai venuto prima d’ora… Sono lieto di essere qui, fra voi. Vedete, per me il tempo non esiste. Tenete però presente che tutto quello che vi ho detto si realizzerà chiedo a tutti di pregare per il mondo intero… Avrete dei momenti tragici… State attenti al mese di maggio.

Vedo ancora dei terremoti, delle alluvioni… Vedo del sangue. Povera Italia… sta andando verso una brutta violenza. Pregate, pregate, affinché la pietà di Dio risparmi qualcosa. Pregate per i tre giorni di buio che vivrete … Ma non lasciatevi smarrire. Vi saluto e vi benedico… Che il Signore vi aiuti, perché di aiuto ne avrete molto bisogno.

Tutto si fermerà per tre mesi L’arcangelo Michele e l’arcangelo Gabriele sono lieti di annunciarvi la venuta di vostro fratello in Cristo, Padre Pio…

Sono giunto tra voi per darvi un messaggio di speranza… ma è anche un messaggio tragico. Gli avvenimenti che ho annunciato da tempo stanno precipitando. Il mondo va ormai verso la rovina totale. Ci saranno enormi cataclismi. Vedo dall’alto la terra come una enorme palla avvolta da nubi infuocate… Sono disperato… Non so più come fare… Pregate, pregate, pregate e preparatevi.

Vi ho già detto che verranno a mancare le cose più essenziali. Fate delle provviste, almeno per tre mesi… Tutto precipiterà in pochissimo tempo. Quando ve ne renderete conto, avrete già la valanga addosso. L’umanità è vicina al baratro… Cercate di stare vicini, di aiutarvi, perché avrete bisogno l’un l’altro di aiuto. Il ritorno di Cristo non è vicino… ma manca poco. Preparatevi… Sono angosciato. Molti uomini hanno davanti il precipizio e non lo vedono.

Parla Padre Pio


I TERREMOTI 2010

La parola “terremoto” evoca in molti immagini di rovine, di morte e di sofferenze ma si tratta di sensazioni, per così dire, emotive che riducono il fenomeno al suo aspetto violento nei confronti dell’uomo indifeso. Il terremoto in realtà produce danni di ben più ampie proporzioni, e conseguenze molto più preoccupanti di quello che comunemente la gente pensa: esso non minaccia solo la vita dell’uomo e l’integrità delle sue opere e dell’ambiente in cui vive, ma interessa anche l’economia e l’organizzazione sociale di una intera comunità. Il terremoto inoltre, come una qualsiasi calamità naturale, incide sull’equilibrio mentale delle persone coinvolte nella tragedia, creando in esse un disagio psichico che può condurre alla superstizione e a credenze e rituali magici che, in tempi per fortuna lontani, richiedevano ogni sorta di penitenze e sacrifici umani anche cruenti. Ciò deriva dal fatto che l’uomo, in modo istintivo, ripone la massima fiducia nella solidità della terra su cui poggia i piedi, salvo poi dovere constatare di persona che la terraferma non è poi così ferma come egli aveva sempre creduto.

Per secoli gli scienziati hanno cercato di fare uscire questo fenomeno dal dominio degli indovini e degli astrologi per includerlo nell’ordine naturale delle cose, ma la spiegazione scientifica del terremoto è una conquista recente che si è potuta realizzare grazie all’uso di strumenti con cui i geologi sono riusciti a misurare i lenti movimenti cui è soggetta la crosta terrestre. Le scoperte sono state sconcertanti: gli oceani si aprono e si chiudono, i continenti vanno alla deriva separandosi da una parte e scontrandosi dall’altra in titaniche collisioni.

Nell’antichità il minimo movimento tellurico era considerato foriero di disastri maggiori, quasi un preavviso che ben più dolorose calamità stavano per abbattersi sulla Terra. Il segno infausto veniva esaminato ed interpretato dagli indovini e dai sacerdoti i quali stabilivano penitenze e sacrifici per scongiurare futuri cataclismi non solo di natura geologica ma anche di ordine politico, sociale e militare. Quei popoli primitivi cercavano anche di dare una interpretazione “logica” al fenomeno basata su criteri astronomici legati all’origine della Terra e del Cosmo intero. I miti e le leggende parlano di animali mostruosi, simili a quelli a noi familiari, che vivono sottoterra. La mitologia indù ad esempio immaginava otto possenti elefanti a fare da pilastri alla Terra; quando uno di loro scuoteva la testa (come in effetti fanno questi pachidermi quando sono stanchi) causava il terremoto. Altri animali venivano deputati a portare la Terra sul dorso: fra questi vi erano la tartaruga acquatica e un enorme pesce-gatto che viveva nel fango sotterraneo dove ogni tanto si agitava producendo un sussulto della Terra sovrastante. E fra tanti non poteva mancare anche un mito di natura erotica legato ad un focoso gigante sotterraneo che, quando si accoppiava,generava un terremoto.

Col passare del tempo, in molte mitologie si venne affermando il concetto di divinità con complicati attributi e motivazioni umane. I membri di un’antica tribù peruviana pensavano che quando il loro dio visitava la Terra per contare gli uomini presenti, i suoi passi facevano tremare il suolo; per abbreviarne il compito la gente usciva di corsa dalle case gridando: “Sono qui, sono qui!” introducendo nella mitologia il buon senso di abbandonare le fragili abitazioni in caso di terremoto. Le divinità attraverso interventi di questo tipo mostravano la loro attenzione e il loro interesse per la vicende terrene.

Con l’avvento del Cristianesimo le cose non cambiarono, anzi peggiorarono rafforzando l’alone di mistero e di magia che accompagnava il fenomeno. Le cronache parlano di terremoti che seguirono al martirio di santi durante le persecuzioni dei cristiani e si legge in scritti medioevali che la morte e resurrezione di Gesù Cristo furono accompagnate da due violenti terremoti. Nei Vangeli la stessa fine del mondo è preannunciata da profezie apocalittiche collegate a sconvolgimenti tellurici.

Anche in epoca moderna, nonostante la sua spiegazione a livello scientifico, il cataclisma sismico è rimasto circondato dal mistero e alcune realtà culturali ancora oggi vedono in esso la collera della divinità stanca dei peccati degli uomini. Il terremoto che colpì Lisbona il mattino del 1° novembre 1755 scosse la Cristianità non meno di quanto fece sobbalzare il suolo del Portogallo. I pii abitanti della capitale si trovavano in quel momento in chiesa a celebrare il giorno di Ognissanti e la chiesa crollò loro addosso. Coloro che si salvarono fuggirono sulla spiaggia giusto in tempo per essere travolti da enormi ondate provenienti dall’Atlantico. Questo disastroso terremoto, accompagnato dal maremoto e concluso da un enorme incendio che mandò in cenere meravigliosi tesori, magazzini ricolmi di preziosi abiti di seta, mobili di pregio e dipinti di artisti famosi, trovò infine d’accordo il potere politico e quello religioso nell’istituire un “auto da fè” (atto di fede) che consisteva nel macabro rituale, da parte dell’Inquisizione, di ardere a fuoco lento alcuni eretici.

1. CHE COS’È UN TERREMOTO

Per quanto terribile possa apparire il tremito della Terra a chi ne faccia esperienza diretta esso in realtà è un evento naturale diffuso quanto il vento e la pioggia. I terremoti non sono infatti fenomeni così rari come si crede: quelli che si verificano ogni anno in tutta la Terra sono più di un milione (in media tremila al giorno). Per contro, la maggior parte di essi è quasi impercettibile e passerebbe inosservata se non ci fossero strumenti molto sensibili in grado di rilevarne l’esistenza. Ogni anno però si verificano anche alcuni terremoti di notevole intensità i cui effetti tuttavia non sono sempre ugualmente catastrofici. Le conseguenze per l’uomo infatti dipendono oltre che dall’intensità del sisma anche dalla natura del sottosuolo, dalla densità della popolazione della zona colpita e dal tipo delle costruzioni in cui la gente abita. Ad esempio il terremoto di Messina del 1908 causò più di 100.000 vittime mentre quello di S. Francisco di due anni prima, nonostante fosse stato dieci volte più violento, fece solo 1000 morti.

Il terremoto (dal latino tèrrae mòtus = “movimento della terra”) o sisma (dal greco seismós = “scossa”) è una vibrazione brusca e violenta di parti più o meno estese della crosta terrestre la quale trae origine da una zona del sottosuolo in cui si era andata nel tempo accumulando dell’energia. Questa zona, che per comodità di calcolo viene considerata un punto, è chiamata ipocentro (o fuoco) mentre il punto della superficie terrestre posto sulla verticale di essa viene detto epicentro. I terremoti possono originarsi a pochi kilometri di profondità ma anche a profondità notevoli, fino ad oltre 700 kilometri sotto la superficie terrestre. A parità di energia liberata, l’ampiezza dell’area in cui il terremoto si manifesta è tanto meno estesa quanto più è superficiale l’ipocentro. Con il crescere della profondità dell’ipocentro gli spostamenti del terreno in superficie si fanno sempre più lievi ma nello stesso tempo si estende l’area in cui gli effetti del sisma si fanno sentire; da ciò si deduce che i terremoti più violenti generalmente sono quelli con ipocentro poco profondo.

Lo studio sistematico della sismicità della Terra ha mostrato che la distribuzione dei terremoti non è casuale ma gli stessi risultano allineati secondo fasce ben definite geograficamente e ben caratterizzate dal punto di vista geologico. Ciò era già stato notato verso la metà del Settecento dal naturalista francese Georges Louis Leclerc de Buffon il quale esprimeva questo convincimento con una frase rimasta famosa: “là où il a tremblé, il tremblera”, cioè i terremoti tendono a prodursi sempre nei medesimi luoghi.

Le regioni a più alto rischio sismico sono fondamentalmente due: il bordo dell’Oceano Pacifico (il cosiddetto “anello di fuoco” perché in quella zona si realizza anche un’intensissima attività vulcanica) che comprende da un lato Cile, Perù, Equador, Columbia, America Centrale, Messico, California e Alaska e dall’altro Russia, Giappone, Filippine, Nuova Guinea e Nuova Zelanda dove si verifica l’80% dei terremoti e la fascia mediterranea (all’interno della quale è inserita anche la nostra penisola) che si protende in Asia fino a congiungersi con quella del Pacifico attraverso le Indie Orientali: qui si verifica il 15% dei terremoti. Il rimanente 5%, distribuito nel resto della Terra, è concentrato soltanto in ristrette aree, con prevalenza sulle creste delle dorsali medio-oceaniche, mentre praticamente non si manifestano terremoti nel corpo dei continenti e nei fondi oceanici che sono considerate le zone più stabili della Terra.

Diverse possono essere le cause che generano il terremoto (ad esempio eruzioni vulcaniche, collassi di caverne o impatti con meteoriti) ma le più frequenti sono gli spostamenti reciproci delle zolle che costituiscono la crosta terrestre. Come tutti possono osservare, la crosta terrestre è contorta in grandi pieghe ed è attraversata da faglie (cioè da spaccature del terreno) più o meno profonde. Queste strutture non si creano dall’oggi al domani, ma sono il risultato di piccoli movimenti delle zolle (o placche) in cui è suddivisa la crosta terrestre. La pianura friulana, ad esempio, negli ultimi sessanta milioni di anni si è avvicinata a quella austriaca di quasi 200 kilometri per la spinta (che continua tuttora) della zolla africana contro quella europea.

Nella maggior parte dei casi, i terremoti si generano quando due placche litosferiche slittano lungo la superficie di separazione (detta piano di faglia) in direzioni opposte. Normalmente l’attrito impedisce che le zolle si muovano lungo la linea di contatto ma questa resistenza comporta un notevole accumulo di tensione nei blocchi rocciosi che lentamente si deformano. Quando, lungo il margine delle placche a contatto, le pressioni che si vengono a creare superano la resistenza dovuta all’attrito, si verifica un improvviso e brusco movimento reciproco. Un esempio di questo meccanismo di azione si ha in California dove la gigantesca zolla del Pacifico, spinta dal magma che fuoriesce dalla dorsale medio-oceanica, entra in contatto con la zolla del Nord-America lungo la famosa e temutissima faglia di San Andreas: quando l’attrito che si genera fra questi due enormi blocchi di crosta terrestre raggiunge il limite di resistenza, l’energia lentamente accumulata si scarica tutta insieme generando un terremoto.

Terremoti si possono generare anche per effetto di moti compressivi che si concludono con la frattura della roccia che ha superato il limite di elasticità. Più o meno allo stesso modo si comporta una bacchetta di legno se viene piegata lentamente ad arco tenendola per le estremità: dopo aver sopportato a lungo la deformazione improvvisamente essa si spezza e i due tronconi vibrano per un po’ nelle nostre mani. Dopo che l’equilibrio tra i blocchi di roccia si è rotto, la forma e la posizione reciproca degli stessi non è più quella di prima. Questa spiegazione delle cause che determinano il terremoto va sotto il nome di “teoria del rimbalzo elastico”.

A volte, invece che scontrarsi con sollevamento della crosta e conseguente nascita di possenti catene montuose (come è avvenuto ad esempio per le Alpi e l’Himalaia) una placca si infila sotto un’altra: il fenomeno si chiama subduzione e rappresenta la causa principale dei fenomeni sismici che tormentano l’arcipelago nipponico mettendo in pericolo costante e mortale una delle zone a più alta concentrazione demografica del mondo.

2. CAUSE E RIMEDI DEI FENOMENI TELLURICI

La collera del dio offeso o altre ingenue storie mitologiche furono acriticamente accettate per millenni dai nostri antenati come cause fondamentali dei terremoti. Non tutti i popoli antichi si lasciarono però suggestionare da miti e leggende: i primi a cercare nella natura le cause dei terremoti furono gli astronomi babilonesi in quanto credevano che ci fosse una relazione tra l’allineamento del Sole e delle stelle e l’incidenza dei sismi sulla Terra. Anche nella Grecia classica fu trattato a lungo il fenomeno sismico con l’intento di attribuirgli una spiegazione razionale. I filosofi greci, le cui osservazioni e interpretazioni furono ritenute valide fino a tempi molto recenti, individuavano nei quattro elementi la causa prima dei terremoti. Talete ad esempio immaginava che la Terra galleggiasse sull’acqua e quindi i terremoti non erano altro che il riflesso del moto ondoso. Per altri la causa dei terremoti era da ricercarsi nell’aria, nel fuoco interno al pianeta o nella secchezza della terra.

Aristotele chiuse definitivamente la controversia sull’origine dei terremoti affermando che gli improvvisi movimenti della Terra erano provocati da esalazioni secche racchiuse al suo interno che cercavano con violenza una via d’uscita. L’autorità del grande maestro di Stagira era tale che le sue affermazioni rimasero indiscusse per secoli.

Solo in anni molto recenti, grazie agli studi geologici conseguenti a misurazioni molto precise, si è chiarita l’origine dei terremoti ma già verso la metà del Settecento, in seguito al terremoto di Lisbona, si tentò di dare una giustificazione scientifica all’origine di questo fenomeno. Si scontrarono a quel tempo due orientamenti antitetici: quello dei “fuochisti” e quello degli “elettricisti”. Per i primi i terremoti erano determinati da fuochi di origine vulcanica, per i secondi invece erano prodotti da scariche elettriche. Fra i sostenitori di questa seconda ipotesi vi era Benjamin Franklin che, dopo aver provato l’esistenza dell’elettricità nei temporali, aveva inventato il parafulmine. Questa scoperta aveva irritato gli uomini di chiesa i quali ritenevano che in questo modo Dio non sarebbe stato più libero di far cadere i fulmini dove meglio credeva. Il terremoto era quindi il segno della disapprovazione divina attirata dalla selva di parafulmini sistemati sui tetti delle case.

Per quanto riguarda la previsione dei terremoti, molti dei segni premonitori indicati dagli antichi erano riferibili alla superstizione e ad antiche credenze popolari che oggi trovano spiegazione scientifica coerente. L’acqua dei fiumi e delle sorgenti che si tramutava in sangue, ad esempio, non era altro che un fenomeno di naturale arrossamento delle acque dovuto all’eccezionale intorbidamento delle falde acquifere. Gli antichi erano anche a conoscenza del fatto che gli animali percepiscono anticipatamente l’avvicinarsi del terremoto e reagiscono tenendo un comportamento anomalo. La scienza ufficiale non ha mai voluto tenere conto dell’insolito atteggiamento degli animali prima di forti movimenti tellurici, ma ultimamente in Cina e in Giappone questa osservazione è stata inserita nel novero degli eventi precursori dei sismi con risultati confortanti. Si ritiene che con l’approssimarsi di una forte scossa sismica, la crosta terrestre liberi un gran numero di particelle elettriche che in alcune persone creano soltanto una sgradevole sensazione accompagnata da emicrania, nausea e irritabilità, mentre negli animali, in cui la sensibilità è più sviluppata che nell’uomo, la percezione è molto dolorosa.

Per quanto attiene invece ai rimedi escogitati dai nostri antenati per scongiurare la drammatica pericolosità degli eventi sismici, essi derivavano principalmente dalle osservazioni e dalla esperienza pratica del fenomeno. Nell’antichità, i sistemi di difesa erano sistemati su due piani: quello religioso e quello strettamente pratico. Plinio, con buona dose di ironia, suggeriva, in caso di terremoto, che il migliore rimedio era quello “della fuga, quando vi è tempo”.

Nelle pratiche religiose dell’antichità, per scongiurare il pericolo dei terremoti, certe tribù primitive praticavano sacrifici umani seguiti, successivamente, anche dai Romani e da molte altre popolazioni europee fino agli inizi dell’era cristiana.

Con l’avvento del Cristianesimo i riti propiziatori cambiarono anche se, come abbiamo visto, restò forte la tentazione di ricorrere a pratiche violente in casi estremi e molto gravi. Normalmente il terremoto veniva esorcizzato con la preghiera, il digiuno, l’elemosina e qualche altra rinuncia personale. Il fenomeno restava tuttavia all’interno di quella cultura non come un evento naturale ma come una potenza terribile scatenata da Dio per punire gli uomini dei loro peccati e non importa se fra tanti peccatori veniva colpita anche qualche vittima innocente. Il clero per scongiurare il terremoto raccomandava di cantare le Litanie del Santi ripetendo più volte l’invocazione: ”A flagello terraemotus libera nos Domine” a cui seguiva un’ulteriore richiesta qualora le distruzioni avessero innescato epidemie, carestie e guerre; in tal caso l’invocazione sacra doveva continuare con la recita: “A peste, fame et bello libera nos Domine”.

I sistemi pratici di difesa dal terremoto adottati nel passato erano molto simili a quelli che ancora oggi vengono suggeriti. Fra questi vi era quello di ripararsi sotto gli architravi dei muri portanti delle abitazioni, in prossimità degli spigoli o sotto un robusto tavolo; a ciò oggi dovremmo aggiungere la raccomandazione di tenere a portata di mano una torcia elettrica e il telefonino cellulare. Passata la fase parossistica, è buona norma chiudere i rubinetti del gas e dell’acqua e staccare l’interruttore generale della corrente elettrica quindi non accendere fiammiferi o apparecchi a fiamma libera: se a causa della scossa si fossero verificate perdite di gas, il gesto potrebbe provocare un’esplosione. Nel caso in cui, durante il sisma, ci si trovasse all’esterno si consiglia di evitare di fermarsi in prossimità di edifici o di linee elettriche.

La difesa più sicura dai terremoti consiste tuttavia nella prevenzione che si realizza con la costruzione di edifici antisismici. Anche nel passato furono erette alcune costruzioni di questo tipo cioè case basse con fondamenta profonde scavate in terreni compatti ed omogenei e non in corrispondenza di faglie o di terreni di tipo diverso a diretto contatto, in cui le onde sismiche, procedendo con velocità e ampiezza diverse, provocano la rottura e di conseguenza il crollo dell’edificio. Charles Richter, il padre della sismologia moderna, affermava che “non sono i terremoti che causano il maggior numero di morti, ma le costruzioni degli uomini” e quindi raccomandava di sostituire o di rinforzare le case prive di sicurezza soprattutto se ubicate in zone ad alto rischio sismico. Bisogna però riconoscere che il suggerimento del geofisico statunitense non è di facile applicazione, in particolare per quello che riguarda i centri storici.

Alcuni sistemi di difesa del passato erano particolarmente singolari e traevano origine dalle teorie sismiche al momento più accreditate. Dopo il terremoto che devastò la Calabria nel 1783 si suggerì ad esempio di impiantare nel terreno dei lunghi pali di ferro che terminassero all’esterno con una serie di punte: essi avrebbero avuto lo scopo di scaricare direttamente nell’atmosfera l’energia elettrica sovrabbondante contenuta in seno alla Terra (una specie di parafulmini al contrario).

3. LA PREVISIONE DEI TERREMOTI

Si possono prevedere i terremoti? Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo intenderci sul significato del verbo “prevedere”. Abbiamo visto che in un anno si verifica mediamente un milione di scosse e che vi sono zone in cui la sismicità è più intensa e frequente che in altre, quindi affermare ad esempio che entro un anno in Giappone vi sarà una forte scossa non è affatto azzardato; in realtà in quel Paese nell’arco di un anno si potranno verificare non una, ma almeno una ventina di scosse di una certa intensità.

Se però per “prevedere” si volesse intendere la precisione del tempo, dell’intensità e del luogo in cui si verificherà il sisma, ciò è assolutamente impossibile (o quasi). Per chiarire il concetto facciamo un’analogia con le previsioni del tempo. Dire ad esempio che qui in Italia in autunno pioverà, è una previsione che chiunque può fare anche senza essere un esperto meteorologo: se però si volesse dare un senso a questa previsione, bisognerebbe specificare quando, per quanti giorni, in quale zona del Paese e con quale intensità cadrà la pioggia e ciò, come tutti sanno, è impossibile. La riprova della difficoltà di fare una previsione tanto precisa si è avuta di recente (agosto 2003) con un nubifragio di eccezionale intensità che ha prodotto danni enormi nel Friuli nord orientale.

Si racconta che in seguito ad alcune scosse sismiche che all’inizio del 1700 interessarono Roma, il papa facesse installare in Vaticano un apparecchio che, nelle intenzioni del suo inventore, avrebbe dovuto prevedere con qualche minuto di anticipo l’arrivo di un terremoto. Di ciò approfittarono alcuni lestofanti i quali sparsero la voce che entro poco tempo in città si sarebbe scatenato un altro terremoto. La gente, angosciata dalle scosse già patite in precedenza, abbandonò in tutta fretta le abitazioni che i ladri poterono visitare e ripulire dei beni più preziosi in esse custoditi. La cosa buffa è che ci volle tutta l’energia delle autorità civili e religiose per convincere le persone che si era trattato di una burla e che quindi potevano rientrare tranquillamente nelle loro case.

Cronache anche molto antiche riferiscono di pretese previsioni di terremoti da parte di esperti, attraverso l’analisi di fenomeni naturali che oggi vengono ritenuti poco significativi: molto probabilmente non si trattò di previsioni vere e proprie, ma solo di coincidenze fortuite. Di recente però la previsione sistematica e razionale dei terremoti è uscita dalla sfera della magia e della approssimazione per entrare in quella della sperimentazione scientifica ottenendo anche qualche discreto successo.

Chiarito che l’analisi di alcuni fenomeni fisici come il ripetersi regolare dei sismi in una determinata località, l’allineamento dei pianeti o il comportamento strano di alcuni animali non poteva essere utilizzata per prevedere lo scatenarsi di un sisma, si pervenne al convincimento che fosse indispensabile raccogliere sul territorio dati fisici continuativi e molto precisi per centrare l’obiettivo. L’occasione per l’avvio di un lavoro meticoloso e scientificamente corretto venne fornita da due violenti terremoti che si abbatterono, in un breve lasso di tempo, a pochi kilometri di distanza l’uno dall’altro alla fine degli anni ’40 del secolo scorso nella regione meridionale dell’ex Unione Sovietica. Fu allora varato un piano di ricerca molto particolareggiato che richiedeva misure di gravità e di conducibilità elettrica delle rocce, rilevazione di onde sismiche di minima intensità e spostamenti anche insignificanti del terreno. Tutti questi dati vennero raccolti per molti anni di seguito e trasferiti ad un centro studi che aveva il compito di catalogarli e analizzarli.

I risultati di questa operazione furono resi noti in occasione di un congresso internazionale che si tenne a Mosca agli inizi degli anni ’70. Il congresso ebbe il merito di diffondere un certo ottimismo fra i partecipanti tanto che da quel momento gli studi e le ricerche di quel tipo continuarono anche in altri Paesi. In particolare gli Americani non solo approfondirono le indagini sul campo ma le trasferirono in laboratorio dove le rocce vennero sottoposte a forti compressioni. Si notò, in seguito a questi esperimenti, che prima che si verificasse la frattura definitiva, la roccia si dilatava per il formarsi di piccole crepe al suo interno. Questa dilatazione generava un aumento della conducibilità elettrica e un rallentamento delle onde ad alta frequenza. Gli stessi fenomeni vennero riscontrati sul territorio.

Si formò quindi fra i fisici il convincimento che l’apertura di piccole fratture all’interno delle rocce avrebbe provocato l’infiltrazione di aria ed acqua con conseguente variazione di alcuni parametri fisici. L’aumento di volume delle rocce causato dalla fessurazione spiegava anche il sollevamento e l’inclinazione del terreno osservati prima del verificarsi di alcuni sismi.

Si era anche notato, all’approssimarsi del terremoto, un aumento nell’aria di radon (un gas radioattivo prodotto dalla disintegrazione spontanea di alcuni metalli) la cui quantità evidentemente aumentava in seguito alla fessurazione che consentiva una più ampia fuga di questo elemento dalla roccia. Piccoli e semplici apparecchi posti ad un metro di profondità sono in grado di rilevare la presenza di radon contribuendo così ulteriormente alla previsione ravvicinata del sisma.

4. SUCCESSI, DELUSIONI E SPERANZE

La disponibilità di nuove tecniche di rilevamento e l’acquisizione di una teoria globale del fenomeno sismico consentirono agli Americani di azzardare una previsione precisa. In effetti furono previsti, con congruo anticipo e precisione, due terremoti nella zona della faglia di San Andreas che puntualmente si verificarono nel luogo e nel giorno indicato, e con l’intensità dichiarata. Il successo degli scienziati americani fu tuttavia di gran lunga superato dai fisici cinesi qualche anno più tardi.

I Cinesi nel marzo del 1966 avevano subito due terremoti successivi che avevano creato danni incalcolabili in una regione molto popolosa posta a pochi kilometri a sud ovest di Pechino tanto che il presidente Chou En-lai, sconvolto per le sofferenze e per i danni subiti dalla sua gente, decise di organizzare un’intensa campagna per la previsione dei terremoti nelle regioni più a rischio del Paese. Venne istituito un gran numero di centri di rilevazione dati e mobilitato un esercito di osservatori fatto di contadini, studenti, operai, operatori delle radio locali, oltre che di tecnici esperti sismologhi. Vennero inoltre inclusi fra i segni premonitori alcuni fenomeni di cui gli osservatori occidentali non avevano tenuto conto. Si annotarono fra l’altro l’intorbidamento delle acque dei pozzi e dei canali di irrigazione, gli odori insoliti di acque di sorgente e il comportamento anormale di alcuni animali domestici poco prima del verificarsi di un evento sismico anche di piccola entità.

L’Ufficio Sismologico Nazionale di Pechino nell’inverno del 1975 invitò con ogni mezzo (radio, altoparlanti, sirene) gli abitanti della zona circostante il grande porto industriale di Yingkow nella Cina settentrionale ad abbandonare in tutta fretta le abitazioni perché di lì a poco si sarebbe verificato un terremoto di forte intensità. In realtà l’evento era stato previsto da tempo e le autorità avevano preparato la popolazione con una campagna di educazione pubblica molto capillare. La previsione si dimostrò esatta e salvò migliaia di vite umane: se le persone fossero state sorprese dal sisma all’interno delle loro abitazioni (quasi tutte rase al suolo) ci sarebbe stata una strage.

L’anno seguente in una regione posta a pochi kilometri di distanza furono osservati alcuni possibili segni premonitori ma, nonostante la stretta sorveglianza e l’esperienza acquisita in precedenza, non si riuscì a dare l’allarme con tempestività. Il terremoto si verificò all’improvviso devastando un’ampia regione densamente abitata e provocando un numero di vittime che le autorità cinesi tentarono di tenere nascosto ma che presumibilmente fu di oltre 650.000 unità. L’insuccesso ridimensionò bruscamente la speranza di avere finalmente individuato e interpretato correttamente gli indizi che annunciano le scosse. Questo non fu l’unico fallimento di una previsione deterministica dei sismi ma gli scienziati di tutto il mondo non si lasciarono avvilire dalle numerose delusioni e le ricerche in quella direzione continuarono e continuano tuttora.

L’ambizione massima dei sismologhi oggi sarebbe quella di esercitare un controllo diretto sulla natura. La possibilità di impedire i terremoti, grazie ad interventi tecnologici su larga scala, si è offerta per caso una quarantina d’anni fa. Si era notato già da lungo tempo che, quando venivano riempiti d’acqua gli invasi sbarrati da grandi dighe, si verificava una serie di scosse sismiche che in precedenza non avevano mai interessato la zona. Per molti anni gli esperti non riuscirono a comprendere il meccanismo nascosto dietro questo fenomeno fino a quando, agli inizi degli anni ’60, giunse notizia che l’iniezione di acque di scarico in pozzi profondi scavati in prossimità di una faglia attiva presso Denver nello stato del Colorado (USA) aveva provocato una serie di piccole scosse che terminavano quando si sospendeva il pompaggio dei liquidi all’interno del pozzo. Si pensò quindi che, quando il liquido veniva immesso sotto pressione, esso filtrava nelle fessure del terreno lubrificando per così dire le faglie e permettendo alle rocce di scivolare le une sulle altre.

Per verificare questa ipotesi, venne versata acqua in pozzi petroliferi abbandonati variando volume e pressione e registrando i risultati con una serie di sismografi posizionati nelle vicinanze. Si ebbe quindi la conferma che quando si iniettava in profondità acqua sotto pressione, l’attività sismica aumentava per fermarsi del tutto quando si sospendeva l’erogazione del liquido. In questo modo i terremoti potevano essere “accesi” o “spenti” a piacimento. Estendere una tale operazione in corrispondenza di faglie attive potrebbe tuttavia avere conseguenze imprevedibili e inoltre i fisici fanno notare che l’energia liberata da tante piccole scosse è ben lontana da quella generata da un’unica grande scossa.

Nonostante qualche successo, bisogna tuttavia riconoscere che la previsione e il controllo dei terremoti hanno dato finora risultati deludenti e contraddittori: si sono registrati casi in cui alcuni segni ritenuti premonitori non hanno dato seguito ad alcun terremoto mentre altre volte si è verificato un evento sismico di forte intensità senza che lo stesso sia stato preceduto da alcun segno premonitore. La difesa dai terremoti, per il momento, rimane quindi la prevenzione attraverso l’applicazione di norme antisismiche da osservare scrupolosamente e la creazione fra la popolazione di una vera cultura del terremoto intesa come capacità di convivere con questa manifestazione della natura senza drammi e catastrofismi.

Sotto questo aspetto il Giappone è diventato il maggiore esperto mondiale. Ogni anno l’arcipelago nipponico è colpito da un migliaio di scosse percettibili, alcune delle quali di media o forte intensità, ma i danni ai manufatti e alle persone sono minimi (un terremoto come quello che nel 1976 in Friuli fece mille morti e lasciò 32.000 persone senza tetto, in Giappone non avrebbe fatto vittime e poche sarebbero state anche le case danneggiate).

Il nostro Paese è a rischio sismico ma non così elevato come molti pensano. Vi sono Stati come il Giappone e la California che corrono, da questo punto di vista, molti più pericoli di noi Italiani e la Cina, quanto a numero di vittime, detiene il record assoluto (un terremoto del 1556 sembra abbia procurato più di 800.000 morti).

I terremoti non minacciano solo le abitazioni e di conseguenza le persone che le occupano ma anche la rete dei trasporti, delle comunicazioni e dei servizi pubblici. Danni a queste strutture possono causare disordine provocando di conseguenza un incremento del numero delle vittime. La rottura delle condutture dell’acqua ad esempio impedisce la lotta contro il fuoco e l’interruzione delle linee telefoniche può rendere più difficoltose le operazioni di soccorso. Per questo motivo in Giappone si è provveduto a sistemare le condutture di utilità pubblica sottoterra dove gli effetti distruttivi delle scosse sono più attenuati; nello stesso tempo le strade strette e contorte delle città sono state sostituite da larghi viali tali da non venire ostruiti da macerie in caso di terremoto violento e contemporaneamente svolgere la funzione di frangifiamme in caso di incendi.

Una corretta educazione al fenomeno sismico dovrebbe finalizzare i propri sforzi nel convincere la gente che il terremoto è un evento naturale come tanti altri che si ripetono in modo più o meno regolare ma dal quale è anche possibile difendersi. Naturalmente in questa opera di prevenzione la scuola dovrebbe giocare un ruolo fondamentale. A partire dalle elementari, ai bambini si dovrebbe spiegare cosa sono i terremoti, perché si verificano e cosa si deve fare nel caso in cui si dovesse verificare l’evento. La scuola, in accordo con la Protezione civile, dovrebbe anche promuovere periodiche esercitazioni d’emergenza e di evacuazione al fine di verificare sul campo il grado di preparazione raggiunto. Naturalmente anche gli organi di informazione dovrebbero fare la loro parte e partecipare attivamente ad una campagna di educazione di massa; spesso invece all’indomani di un evento sismico i giornali e le televisioni fanno a gara nel distorcere e nel gonfiare l’evento, esibendo immagini di disperazione ed enfatizzando inutili casi singoli di eroismo, spesso finiti male.

Per quanto riguarda la previsione e la prevenzione, i sismologhi di tutto il mondo si dicono ottimisti. Essi sono convinti che non è lontano il giorno in cui la popolazione sarà avvertita per tempo dell’imminenza di un terremoto e potrà portarsi all’aperto in luoghi sicuri donde, passata la scossa, potrà fare ritorno nelle proprie case (che nella maggior parte delle situazioni non avranno subito danni) e lì attendere in tutta tranquillità le consuete scosse di assestamento.

I VULCANI

Il vulcano comunemente viene identificato con l’edificio vulcanico esterno, una struttura che, come vedremo, potrebbe anche mancare. In termini rigorosamente scientifici “vulcano” viene invece definito una spaccatura della crosta terrestre attraverso la quale fuoriescono, con andamento generalmente discontinuo, materiali gassosi, liquidi e solidi ad alta temperatura. Il vulcanismo, cioè la scienza che studia questi fenomeni, indaga infatti sulle cause connesse al trasferimento di materia ed energia dall’interno verso l’esterno del pianeta; queste ricerche hanno individuato, nella forma più tipica dell’impianto, un apparato vulcanico interno ed uno esterno.

L’apparato vulcanico interno è costituito dalla camera magmatica, dal condotto vulcanico e dal cratere. La camera magmatica (o focolare) è una zona non molto profonda della litosfera (generalmente compresa fra i 3 e i 10 kilometri) in cui ristagna la pasta ignea (dal latino ignis = fuoco) alimentatrice dei prodotti vulcanici. Il condotto (o camino) vulcanico è la spaccatura attraverso la quale ascende il magma (da un termine greco che significa “impasto”). Infine il cratere (dal greco kratér = coppa) è lo sbocco esterno del camino, che presenta una conformazione a guisa di voragine più o meno ampia.

L’apparato vulcanico esterno è rappresentato dal rilievo che costituisce il prodotto della stessa attività vulcanica in quanto deve la sua formazione ai materiali espulsi attraverso il cratere durante le eruzioni. Questo è il motivo per cui quasi sempre gli apparati vulcanici hanno la forma di un tronco di cono regolare ma l’aspetto dell’edificio vulcanico dipende tuttavia anche dal tipo di lave eruttate (lava è un termine napoletano che a sua volta deriva dal latino labēs che vuol dire “scivolare”): lave fluide riescono ad espandersi coprendo in breve tempo distanze anche di molti kilometri, mentre lave viscose si fermano presto e danno luogo a coni vulcanici ripidi. Come abbiamo detto il monte vulcanico potrebbe anche mancare perché il cratere, invece che come un foro, potrebbe presentarsi come una lunga frattura del terreno.

1. LA VITA DEI VULCANI

I vulcani non sono eterni, al contrario essi hanno vita breve e spesso effimera rispetto alla scala dei tempi geologici. L’uomo in più occasioni è stato testimone diretto della nascita di un vulcano ma solo di recente i geologi hanno potuto osservare di persona l’origine e l’evoluzione di uno di essi. Questa occasione si è presentata il 20 febbraio 1943 quando un giovane contadino messicano di nome Dionisio Pulido, mentre arava il suo campo di mais, vide uscire del fumo da una spaccatura del terreno che si era aperta in vicinanza. Pulido all’inizio tentò di spegnere quello che pensava fosse un incendio buttandovi sopra della terra, ma quando sentì il suolo tremargli sotto i piedi e il terreno divenire inspiegabilmente molto caldo si spaventò e corse nel vicino villaggio di Paricutin a chiedere aiuto.

Quando tornò sul luogo accompagnato da alcuni amici il giovane contadino notò che dalla frattura del terreno fuoriuscivano fumo, cenere e pietre incandescenti. I lanci di materiali vulcanici col passare delle ore si facevano via via più intensi e violenti tanto che il mattino seguente si era formato un cumulo di materiale caldo e fumante alto alcuni metri. Sul posto frattanto erano accorsi molti geologi i quali per la prima volta poterono fare accurate misurazioni della temperatura dei prodotti eiettati, analizzare la composizione dei gas e prendere nota delle modalità con cui veniva espulso il materiale igneo. Cenere, pomici e brandelli incandescenti di lava continuarono ad uscire insieme con nuvole di fumo tanto che in pochi giorni si formò il tipico cono vulcanico alto un centinaio di metri a cui fu dato il nome del villaggio che nel frattempo era stato sommerso dalla cenere e dai lapilli (dal latino lapillus, diminutivo di lapis che significa pietra). Dopo un anno il Paricutin era alto più di 400 metri ma negli anni seguenti il vulcano rallentò la sua attività, che si esaurì definitivamente il 25 febbraio 1952 quando il monte aveva raggiunto l’altezza di 600 metri.

Prima di allora non fu possibile seguire con competenza l’evolversi di un tale fenomeno anche se vi è notizia di altri vulcani nati dal nulla. Nella notte fra il 28 e il 29 settembre del 1759, ad esempio, venne alla luce un altro vulcano messicano, lo Jorullo, ma il fenomeno si concluse prima che gli scienziati potessero arrivare sul posto. L’esempio più classico di un nuovo vulcano è tuttavia quello del Monte Nuovo un cono dell’altezza di circa 140 metri situato al margine ovest dei Campi Flegrei (dal greco flègo = brucio), una località che si affaccia sul golfo di Napoli. Il cono sorse in due giorni, nel settembre del 1538, dopo di che il vulcano cessò ogni attività, né la riprese mai più.

Numerosi sono i tipi di attività vulcanica e molti sono i vulcani che possono, durante la loro esistenza, comportarsi in vari modi: per esempio emettere lava fluida nel loro stadio giovanile ed eruttare esplosivamente quando passano allo stadio maturo. Anche entro un singolo episodio eruttivo il comportamento del vulcano può cambiare: la violenza eruttiva ad esempio di solito diminuisce dopo la fase iniziale. La natura dell’eruzione, come vedremo subito, dipende infatti dal contenuto di gas e di silice (ossido di silicio) del magma contenuto nel serbatoio e dalle ostruzioni eventualmente presenti nel camino vulcanico. Qui di seguito verranno illustrati alcuni possibili tipi di attività vulcanica.

2. I TIPI DI VULCANO

Il Paricutin, con la sua attività incessante dal giorno della nascita fino a quello in cui non dette più segni di vita, rientra nella categoria dei cosiddetti vulcani di tipo stromboliano ossia di quei vulcani come lo Stromboli che sono da tempo immemorabile in continua e regolare eruzione. Stromboli è il vulcano situato sulle isole Lipari (o Eolie) che sembra sia in attività ininterrotta da oltre duemila anni ed è chiamato il “Faro del Mediterraneo” perché il suo cratere pieno di lava incandescente illumina il cielo durante la notte.

Un meccanismo simile a quello appena descritto caratterizza le eruzioni di tipo vulcaniano (da un vulcano di nome Vulcano sempre nelle isole Eolie) solo che in tal caso la lava è più viscosa e tende a solidificare bloccando la parte superiore del condotto. A causa di questa cupola di ristagno che tappa il cratere come un turacciolo chiude una bottiglia di spumante, i gas sottostanti faticano a raggiungere la pressione necessaria per vincere l’ostruzione e quando ciò avviene l’esplosione che ne deriva è violentissima e coinvolge a volte il cono stesso.

Quando l’eruzione è ancora più violenta essa prende il nome di pliniana (da Plinio il Giovane, lo scrittore latino che descrisse quella del Vesuvio nel 79 d.C.). Si trattò in quella occasione di un’eruzione che nella fase iniziale fu di una violenza inaudita, tanto che il magma – ricco di gas – raggiunse molti kilometri di altezza per poi espandersi ad ombrello e ricadere sotto forma di lapilli, cenere e polvere anche a grande distanza dal cratere.

Una forma simile di eruzione è quella detta di tipo peléeano (dal nome del vulcano La Pelée, sull’isola della Martinica, nei Caraibi francesi). Essa è caratterizzata dall’emissione di lava viscosa che viene spinta fuori dal condotto quando a causa delle temperature non molto elevate (600-800 gradi) è ormai quasi solida. Dalla base di queste protrusioni somiglianti, per aspetto e dimensioni, a certe ardite guglie dolomitiche, possono uscire ingenti nubi di gas e vapori le quali, rese pesanti dalla presenza in sospensione di notevoli quantità di polvere e lava finemente suddivisa, rotolano come una valanga lungo le pendici della montagna. Alla nuvola densa e surriscaldata che caratterizzò la tragica eruzione del vulcano la Pelée nel 1902 è stato dato il nome di nuée ardente (cioè nube ardente).

Il mattino dell’8 maggio di quell’anno, preceduta da una serie di preavvisi sempre più chiari e sinistri che avrebbero dovuto mettere in preallarme le autorità del luogo (le quali invece non presero provvedimenti perché preoccupate che la gente si potesse allontanare dalla città nella quale a giorni si sarebbero dovute tenere le elezioni politiche) venne emessa una gigantesca nube incandescente di polvere e gas venefici che si riversò lungo il pendio del vulcano investendo e distruggendo nel giro di pochi minuti la ricca città portuale di St. Pierre, il cui benessere poggiava soprattutto sull’esportazione di zucchero e rum. Anziché informare correttamente i cittadini, il direttore del giornale locale aveva addirittura organizzato un picnic da tenersi in cima alla montagna per la vigilia della consultazione elettorale.

Mentre la stampa locale minimizzava il pericolo il comandante del brigantino Orsolina (che proveniva da Napoli) aveva deciso di partire, nonostante avesse caricato solo la metà del quantitativo di zucchero pattuito. Alle autorità portuali che si rifiutavano di accordargli il permesso di salpare dichiarò di non conoscere la Pelée ma di conoscere molto bene il Vesuvio e la sua storia e concluse affermando che “se il vulcano di casa mia avesse l’aspetto che ha il vostro questa mattina, non ci penserei due volte ad andarmene da Napoli”. Il brigantino era già al largo quando il vulcano esplose incendiando ogni cosa comprese gran parte delle navi che con il loro carico umano erano rimaste alla fonda.

Dei 30.000 abitanti di quella che veniva ritenuta la più graziosa fra le città delle Indie Occidentali si salvarono solo due. Uno dei due era un giovane calzolaio che dovette la vita indubbiamente alla fortuna ma anche alla sua forte e robusta costituzione fisica. Egli vide morire una dopo l’altra tutte le persone che abitavano nella sua stessa casa situata alla periferia della città. Visse, con il corpo pieno delle cicatrici prodotte dalle ustioni, nel più completo anonimato, fino all’anno della sua morte avvenuta nel 1936.

L’altro sopravvissuto divenne invece una piccola celebrità. Egli al momento dell’eruzione era rinchiuso in una cella della prigione dove scontava la pena dell’ergastolo a cui era stato condannato. Anche quest’uomo si salvò per miracolo, nonostante avesse il corpo martoriato dalle ferite e dalle ustioni riportate durante l’eruzione rimase per quattro giorni all’interno della cella potendo disporre solo di una brocca d’acqua prima di essere soccorso. Guarì, ottenne la grazia e andò a lavorare in giro per il mondo con il Circo Barnum dove dava spettacolo raccontando la sua avventura e mostrando le cicatrici di cui era pieno il suo corpo. Morì nel 1929.

L’eruzione della Pelée ebbe anche una conseguenza di carattere politico in quanto convinse il Senato americano a rinunciare al progetto di aprire un canale in Nicaragua per collegare l’Oceano Atlantico con il Pacifico al fine di evitare la circumnavigazione del continente americano alle navi da guerra e mercantili di quel Paese. L’idea di aprire una via d’acqua in Nicaragua venne agli Americani dopo che alcuni anni prima era fallito il piano francese di una costruzione analoga in territorio panamense. I Francesi, reduci dal loro trionfo ingegneristico per il taglio del Canale di Suez, avevano tentato di aprire un passaggio navigabile in quella zona ma l’opera incontrò notevoli ostacoli per il diffondersi fra gli operai di epidemie di malaria e febbre gialla fino a causare il fallimento della compagnia cui erano stati affidati i lavori. La presenza di una zona insalubre spinse gli Americani a progettare un’apertura fra i due Oceani più a nord ma l’eruzione della Pelée un vulcano situato in vicinanza del Nicaragua, terra essa stessa ricca di vulcani attivi, persuase alla fine i senatori americani a votare a favore del primitivo progetto francese. Il canale di Panama fu inaugurato nel 1914.

Di natura completamente diversa da quelle descritte sopra sono le eruzioni di tipo hawaiano le quali sono caratterizzate da abbondanti effusioni di lave notevolmente calde e fluide le quali danno origine ad edifici vulcanici molto estesi che prendono il nome di “vulcani a scudo”. Si tratta di eruzioni relativamente tranquille che formano laghi di lava in corrispondenza del cratere dal quale zampillano talora getti incandescenti che non rap­presentano tuttavia un pericolo per la popolazione.

Hanno caratteristiche simili a quelle hawaiane le eruzioni di tipo islandese, nelle quali però la lava fuoriesce in grande quantità da lunghe fessure del terreno invece che da un orifizio centrale. Il ripetersi di tali eruzioni porta alla formazione di vasti espandimenti di lave basiche che solidificano in rocce basaltiche scure e durissime. (A scanso di equivoci forse è opportuno chiarire che il termine “basico” usato in Petrografia non ha lo stesso significato che in Chimica e si riferisce semplicemente ad una lava con basso tenore in silice; le lave sono dette invece “acide” quando contengono molta silice, che le rende dense e viscose.)

Le eruzioni lineari rappresentano senza dubbio il tipo di attività vulcanica più imponente del pianeta. Esse attualmente avvengono soprattutto sul fondo degli oceani ma in tempi geologici passati ve ne furono di notevole entità anche sui continenti dove hanno formato i cosiddetti plateau, cioè quei giganteschi piastroni di basalto spessi a volte più di mille metri che occupano aree di centinaia di migliaia di kilometri quadrati. Il più esteso di questi tavolati basaltici è quello che forma il bacino del Paraná, il quale comprende una superficie di quasi un milione di kilometri quadrati fra il Brasile meridionale, l’Argentina settentrionale, il Paraguay e l’Uruguay. Fra i più noti espandimenti lavici del passato meritano ancora un cenno quello che circa 150 milioni di anni fa formò la vasta regione sudafricana del Karoo e quello che nel periodo cretaceo coprì un’area grande due volte l’Italia formando il Tavolato del Dekkan in India.

L’enorme afflusso di lava che ha formato i basalti del Dekkan avvenne durante il parossismo vulcanico che coinvolse gran parte della Terra: si trattò di un’attività vulcanica di portata eccezionale che probabilmente fu causata dalla caduta di un meteorite il quale si ritiene sia stato anche la causa dell’estinzione dei dinosauri e di tante altre specie viventi.

3. I MECCANISMI DELLE ERUZIONI

I fenomeni eruttivi consistono fondamentalmente in un processo di degasazione, ossia di liberazione dei gas dal magna contenuto nel focolaio. Questo fenomeno, come abbiamo visto, può avvenire con andamento tranquillo e costante nel tempo o in modo improvviso e violento. Nel primo caso il magma leggero perché caldo e ricco di gas sale lungo il condotto non ostruito da materiali solidi e fuoriesce indisturbato con flusso continuo e regolare. Il fenomeno è simile a quello che avviene in una bottiglia di spumante a cui è stato tolto il tappo: agitando la bottiglia aperta il vino esce tranquillamente pieno di bollicine di anidride carbonica.

L’altro caso si verifica quando i gas stentano ad abbandonare la massa magmatica e si liberano solo nel momento in cui la loro pressione interna supera quella esterna esercitata dalla colonna magmatica sovrastante o peggio da un tappo solido che ostruisce il condotto. In questi casi i vulcani si comportano come una bottiglia di spumante chiusa che venga scossa o riscaldata. È un esperimento che è bene non tentare perché la bottiglia potrebbe trasformarsi in una vera e propria bomba: nel migliore dei casi la pressione dei gas disciolti nel vino farebbe saltare il tappo, ma nel caso peggiore la bottiglia potrebbe esplodere.

Le osservazioni inducono quindi a pensare all’esistenza di due tipi diversi di magmi iniziali, l’uno fluido perché ricco di silice e di gas e l’altro vischioso e pesante. Sennonché lo studio dell’interno terrestre ha messo in luce che crosta e mantello sottostante sono essenzialmente corpi solidi e quindi non esisterebbe alcun involucro fuso primordiale al quale assegnare la funzione di inesauribile serbatoio magmatico, anche perché una condizione del genere sarebbe in contraddizione con la vita piuttosto breve dei vulcani. Da ciò deriva che i magmi debbano originarsi per fusione locale di rocce precedentemente solide.

L’analisi delle rocce che costituiscono la parte più esterna del pianeta ha mostrato che esistono due tipi fondamentali di crosta terrestre: quella oceanica e quella continentale. La prima è coperta interamente dalle acque degli oceani di cui costituisce il pavimento; la seconda corrisponde ai continenti e alla loro ristretta prosecuzione sotto il livello del mare, che prende il nome di piattaforma continentale. I due tipi di crosta sono molto diversi fra loro per l’età e per la natura delle rocce che vi compaiono: quella oceanica è formata prevalentemente da pesanti rocce basaltiche di età geologicamente recente mentre quella continentale è composta da leggere rocce granitiche spesso molto antiche. Dalla fusione delle prime deriverebbero magmi di tipo basico mentre le seconde darebbero origine a magmi di tipo acido.

Ricondotta quindi la genesi dei magmi ad un meccanismo di fusione di preesistenti materiali solidi è da chiedersi quali possano essere le cause che rendono realizzabile tale fusione. Indubbiamente un ruolo importante potrebbe essere svolto dai fluidi i quali, venendo a contatto con le rocce solide, abbasserebbero il loro punto di fusione ma il ruolo di gas e vapori non può essere determinante se non è associato a temperature e pressioni adeguate. In verità proprio questi due ultimi fattori fisici governano la fusione dei corpi solidi agendo separatamente o insieme: come è noto, per produrre la fusione di un solido la temperatura deve aumentare e la pressione diminuire.

Un aumento della temperatura può essere ottenuto portando in profondità masse relativamente superficiali: in tal caso però oltre alla temperatura aumenterebbe su quei materiali anche la pressione esercitata dalle rocce sovrastanti, la quale agirebbe nel senso di ostacolare la fusione. Un aumento di temperatura potrebbe anche essere causato dalla risalita di materiale incandescente proveniente dalle profondità del pianeta. Una terza via per ottenere la fusione parziale delle rocce è quella connessa alla diminuzione della pressione in zone profonde della litosfera dove la temperatura, già molto elevata, sarebbe sufficiente a cambiare lo stato fisico delle rocce se la pressione fosse quella che vige in superficie: profonde fratture del terreno generate da tensioni cui è perennemente sottoposta la litosfera potrebbero mettere quei luoghi a contatto con la pressione atmosferica.

4. LA TETTONICA A ZOLLE

Per capire l’origine dei vulcani in tutta la loro variabilità fu necessario comunque aspettare la metà degli anni Sessanta del secolo scorso, quando venne formulata la famosa Teoria della tettonica delle placche (o delle zolle). Si tratta di una teoria di carattere generale (essa infatti è detta anche Teoria della tettonica globale) perché unisce in un quadro organico fatti evidentemente connessi come la distribuzione geografica dei vulcani, delle aree sismiche e delle zone corrugate con gli ampi tavolati continentali e i fondi oceanici. Questa teoria è stata formulata sotto l’impulso di nuove ricerche in campo oceanografico e geofisico promosse ad iniziare dal 1957 quando venne istituito l’Anno Geofisico Internazionale.

Una serie di osservazioni condotte soprattutto sul fondo degli oceani con l’impiego di sonar, radar, batiscafi e di molte altre strumentazioni di tipo innovativo ha mostrato infatti che la crosta terrestre non è un blocco unico ma si presenta spezzata in porzioni di litosfera dette appunto zolle o placche le quali in alcuni casi portano su di sé i continenti e in altri formano semplicemente i fondi oceanici. Tutti questi enormi zatteroni sono in continuo movimento reciproco: in alcuni casi premono l’uno contro l’altro, in altri casi si allontanano fra di loro e in altri ancora scivolano l’uno a fianco dell’altro.

Quando le zolle collidono può accadere che una di esse si immerga sotto l’altra in zone dette di subduzione fino a raggiungere gli strati profondi e caldi della litosfera dove i materiali che le costituiscono in parte fondono. Se però da una parte i margini delle zolle sprofondano sparendo nelle viscere della Terra da qualche altra parte deve formarsi nuova crosta se non si vuole ammettere che la Terra si sgonfi come un pallone bucato. Le ricerche condotte sui fondi oceanici sono riuscite ad individuare la zona in cui si forma nuova crosta. Nelle profondità marine gli oceanografi hanno scoperto un lungo serpentone sopraelevato che si estende per 65.000 kilometri tutto intorno alla Terra in una zona più o meno centrale degli oceani. Questo lungo e sinuoso sistema di rilievi sottomarini presenta al centro una profonda fessura (in inglese, rift valley) in tutta la sua lunghezza dalla quale esce in continuazione del materiale magmatico che proviene dalla zona più profonda del mantello.

La teoria della tettonica a zolle prevede che nel mantello sottostante la litosfera a causa di differenze di temperatura generate da materiali radioattivi si vengano a formare enormi celle convettive concettualmente simili a quelle che si instaurano nell’acqua della pentola posta sulla fiamma del fornello. I rami ascendenti di due cellule contigue (l’una destrorsa e l’altra sinistrorsa) trasportano del materiale caldo che in parte tende ad insinuarsi entro la sovrastante litosfera. Questo processo di intrusione è favorito dal fatto che i rami ascendenti delle due celle una volta giunti alla base della litosfera divergono dirigendosi lateralmente ed esercitando in questo modo trazioni che provocano l’allargamento della frattura da cui escono i materiali magmatici; questi spingono lateralmente i due monconi della piattaforma oceanica verso i continenti opposti.

Quello che risale direttamente dalla parte più profonda del mantello è un magma basico e quindi povero di silice, il quale solidificando dà origine a rocce basaltiche che vanno a costituire i fondi oceanici ripristinando ciò che nelle zone di subduzione era scomparso. Ben diverse sono le lave che escono dai vulcani che si trovano sulle catene montuose costiere o sugli archi insulari che si sono formati in seguito all’immersione di una placca oceanica pesante sotto una continentale più leggera. In questi casi si formano magmi che, avendo stazionato a lungo nella camera magmatica dove hanno subito processi di contaminazione con rocce di altra natura e depositato alcuni minerali pesanti, hanno mutato la composizione originaria che da basica è divenuta acida. Questo materiale, quando viene espulso dal vulcano e solidifica, dà origine a rocce ricche di minerali di quarzo (silice cristallina) e di silicati con alto contenuto in silice come ad esempio i feldspati.

La teoria della tettonica a zolle riuscì anche a spiegare in modo immediato la natura dei vulcani islandesi: in quella zona la dorsale medio-atlantica emerge e quindi è possibile assistere in superficie a ciò che normalmente avviene nel fondo oceanico. La stessa teoria è stata pure in grado di dare una giustificazione coerente dell’anomalia dei vulcani di tipo hawaiano, cioè di quei vulcani che si trovano al centro delle zolle e che sembrano distribuiti casualmente.

Quest’ultimo fenomeno si spiega immaginando una colonna relativamente stazionaria di materiale incandescente che risalendo da zone profonde si dirige verso la superficie dove crea i cosiddetti “punti caldi” (in inglese, hot spots). La zolla che si muove sopra questi pennacchi (in inglese, plumes) roventi subisce una serie di sfondamenti successivi con formazione di vulcani allineati lungo la direttrice di spostamento della zolla stessa. E’ un po’ lo stesso fenomeno che si realizzerebbe su di un cartoncino che si muovesse lentamente sopra la fiamma immobile di una candela: ogni tanto sul cartoncino si aprirebbe un buco creato dalla fiamma sulla quale si muove. L’arcipelago hawaiano costituisce l’esempio più classico del fenomeno: esso è formato da una catena di isole vulcaniche allineate regolarmente dalle più antiche alle più recenti. Quelle più antiche sono piccole perché esposte per più tempo agli agenti atmosferici e formate da vulcani spenti mentre i vulcani attivi si trovano sull’isola di Hawaii all’estremità orientale dell’arcipelago. I vulcani attivi posti sull’isola maggiore in ordine da sud-est a nord-ovest sono i seguenti: Kilauea, Mauna Loa, Hualalai e Mauna Kea.

Se le eruzioni sottomarine invece di avvenire a duemila o più metri di profondità come accade nelle dorsali oceaniche fossero poco profonde si svilupperebbero esplosioni di vapore che porterebbero alla formazione di isole più o meno grandi e più o meno effimere. Questo è il caso ad esempio dell’isola Ferdinandea così chiamata in onore di Ferdinando II di Borbone, re delle due Sicilie, o Giulia (perché nata nel mese di luglio) che affiorò nell’estate del 1831 fra la Sicilia e Pantelleria, e che alla fine dell’eruzione aveva raggiunto un’altezza di circa 65 metri ed un perimetro di quasi quattro kilometri. I primi a giungere sul luogo furono gli inglesi che la ribattezzarono Graham e vi piantarono la loro bandiera. Per l’incoerenza del materiale la nuova isola rapidamente scomparve e di essa oggi è rimasta traccia in una secca che è indicata sulle carte nautiche con il nome di Banco Graham.

Un fenomeno pressoché analogo si ebbe nel novembre del 1963 quando un’eruzione sottomarina portò all’emersione dell’isola vulcanica di Surtsey (cioè l’isola di Surtur, il gigante di fuoco dell’antica mitologia norvegese), al largo dell’Islanda. Questa nuova isola, che tuttora esiste, ha una superficie di meno di due kilometri quadrati e raggiunge i 180 metri di altezza. La comparsa di questa nuova isola interessò non soltanto i geologi, ma anche i biologi in quanto offriva loro l’opportunità unica al mondo di studiare l’ordine di comparsa di organismi viventi in un ambiente temperato-freddo.

Esiste quindi una profondità critica al di sotto della quale la pressione idrostatica della colonna d’acqua sovrastante impedisce qualsiasi attività esplosiva e la lava che esce tranquillamente dal condotto si raffredda molto bruscamente a contatto con le gelide acque profonde degli oceani; rotolando alla base della colata essa tende a scomporsi in blocchi tondeggianti formando le cosiddette “lave a cuscino” (in inglese, pillow lave) distanti centinaia di metri dal punto di fuoriuscita.

5. LE GRANDI ERUZIONI

Circa 3.500 anni fa nel mare Egeo si verificò il fenomeno naturale più terrificante, spettacolare e catastrofico che l’uomo ricordi: un’eruzione vulcanica di proporzioni gigantesche che fece a pezzi l’isola greca di Thera. Questa antica eruzione è legata alla leggenda di Atlantide una tragedia che ebbe gravi ed estesi effetti anche sulle vicende umane e che ci fu tramandata da Platone il quale, 2.400 anni fa, l’aveva a sua volta appresa dagli Egizi. Essi raccontavano di una terra di favolose ricchezze sprofondata nel mare dopo un terribile cataclisma nell’arco di un solo giorno e di una sola notte.

Poiché la crosta continentale è leggera e quella oceanica è pesante, il mito di Atlantide è un’assurdità geologica in quanto non può succedere che un corpo leggero sprofondi in uno più pesante. La leggenda del continente scomparso si spiega invece con l’eruzione che nel XV secolo a.C. fece sprofondare l’edificio vulcanico dell’isola di Thera entro la camera magmatica. Lo svuotamento della camera magmatica, posta a breve distanza dalla superficie, conseguente ad una eruzione di grandi proporzioni, può lasciare senza sostegno il monte sovrastante che improvvisamente collassa insieme con tutto ciò che gli sta intorno formando una profonda depressione che prende il nome di caldera, da un termine spagnolo che significa “pentolone”.

L’attuale isola che si trova a 200 kilometri di distanza dall’estremità meridionale della Grecia ha la forma di una mezza luna frastagliata ed include altri quattro isolotti: questi sono i frammenti di ciò che è rimasto dell’antica isola che i Veneziani ribattezzarono Santorini. I danni prodotti dall’esplosione non si limitarono alla terra sulla quale il vulcano sorgeva ma si estesero anche sull’isola di Creta posta 110 kilometri più a sud, dove le gigantesche ondate di marea conseguenti all’eruzione rasero al suolo le città costiere distruggendo la civiltà minoica che aveva raggiunto in quegli anni l’apice del suo sviluppo culturale ed artistico.

Per lungo tempo si era ritenuto che l’improvvisa scomparsa di quella splendida civiltà fosse dovuta a invasioni straniere ma la scoperta di pomici entro i pozzi di antichi palazzi messi in luce dagli scavi avviati agli inizi dello scorso secolo rafforzò l’ipotesi che la caduta della civiltà minoica di Creta fosse dovuta ad una catastrofe naturale che ebbe come conseguenza fra l’altro il trasferimento di popoli e potere verso la Grecia continentale. L’uomo è stato testimone in tempi recenti di altre eruzioni di proporzioni gigantesche.

L’eruzione che produsse la maggiore quantità di materiali piroclastici (cioè prodotti di piccole dimensioni allo stato solido o semisolido eiettati durante l’attività vulcanica) è senza dubbio quella del vulcano Tambora nelle Indie orientali olandesi (l’odierna Indonesia). Nel 1815 in circa tre mesi di attività il vulcano sistemato sull’isola di Sumbawa posta ad occidente dell’arcipelago della Piccola Sonda emise una quantità tale di polvere e di cenere che se fosse stata distribuita omogeneamente sul territorio italiano avrebbe formato uno strato spesso 25 centimetri (per confronto si consideri che il Vesuvio nel 79 d.C. con il materiale piroclastico che seppellì sotto quattro o cinque metri di ceneri e lapilli Pompei, Ercolano e Stabia avrebbe formato, sparso su tutto il territorio italiano, uno strato spesso appena 1 cm).

Le conseguenze di quell’esplosione furono impressionanti a cominciare dal danno che subì la stessa montagna la cui altezza di 4000 metri si ridusse di un terzo. I morti causati direttamente dall’eruzione furono 10.000, ma altri 80.000 sarebbero state le vittime di carestie ed epidemie conseguenti a quel disastro. L’effetto più imponente dell’eruzione del Tambora si ebbe tuttavia l’anno seguente quando su tutta la Terra si verificò un cambiamento sensibile del clima.

Polveri fini come il talco lanciate in aria dal vulcano raggiunsero la stratosfera dove, trasportate dalle correnti d’aria, si sparsero su tutto il pianeta impedendo a una parte della radiazione solare di raggiungere il suolo. Il 1816 è ricordato come “l’anno senza estate” o “l’anno morto di freddo” ed ebbe conseguenze drammatiche per la scarsità dei raccolti soprattutto in Francia e nei paesi già provati dalla carestia provocata dalle guerre napoleoniche che si erano concluse nel 1815 con la sconfitta di Waterloo e l’esilio di Napoleone a Sant’Elena. La cosa singolare è che in Europa e negli Stati Uniti d’America, dove i danni provocati da quell’estate eccezionalmente fredda furono altrettanto gravi, non ci si rese conto del motivo di un così improvviso e radicale cambiamento di clima.

Alcuni scienziati dettero la colpa del freddo fuori stagione alle macchie solari, altri al gran numero di iceberg presenti nell’Atlantico settentrionale mentre nessuno si ricordò che Benjamin Franklin nel 1784 aveva attribuito un analogo abbassamento della temperatura proprio ad alcune eruzioni molto violente avvenute l’anno prima. Franklin venne invece indicato come il responsabile indiretto di quei fenomeni anomali per l’uso troppo esteso del parafulmine da parte della popolazione: l’impiego massiccio di quel mezzo di protezione avrebbe sconvolto il naturale fluire dell’elettricità terrestre la quale, secondo teorie poco attendibili, portava in superficie il calore interno della Terra.

La scarsità di cibo non fu l’unica conseguenza dei danni prodotti dall’eruzione del Tambora: molte delle 130.000 persone sopravvissute all’esplosione furono colpite da una terribile epidemia di colera che probabilmente da quelle zone si propagò successivamente in tutto il mondo. Quando nel 1832 i primi casi di colera colpirono New York si cominciò a pensare all’eruzione del Tambora come causa della malattia che tuttavia si diffuse con lentezza (come avviene attualmente per le malattie delle piante) non essendoci a quel tempo i mezzi di trasporto veloci che esistono al giorno d’oggi.

Se quella del vulcano Tambora fu l’eruzione che emise più prodotti piroclastici nell’atmosfera, l’esplosione più potente della storia umana è stata quella del Krakatoa, un vulcano dello Stretto della Sonda, che nel 1883 venne distrutto da un’eruzione il cui boato fu udito a 4700 kilometri di distanza. L’esplosione di quel vulcano il cui condotto era stato ostruito da un enorme tappo di lava solida assunse particolare importanza per i suoi effetti secondari. Le vittime di quell’immane tragedia naturale furono dovute quasi esclusivamente al maremoto provocato dall’eruzione. Le onde del mare alte quasi 40 metri si abbatterono sulle coste di Giava e Sumatra devastando oltre 300 fra città e villaggi e provocando la morte di 36.000 persone. Una tremenda bufera atmosferica passò per tre volte tutto intorno alla Terra, prima di disperdersi. Le polveri lanciate in aria provocarono da un lato estati fredde e nuvolose e dall’altro tramonti di un rosso vivido che hanno ispirato gli scritti degli storici e le tele degli artisti.

Infine è necessario fare un cenno all’eruzione catastrofica più recente: quella del Mount St. Helens in Virginia (USA) avvenuta il 18 maggio del 1980. Si trattò dell’eruzione più attentamente studiata e controllata fin dalle fasi preliminari, non di meno essa colse di sorpresa i tecnici che si trovavano sul posto. Mount St. Helens è uno dei quindici maggiori vulcani della Catena delle Cascate che dalla California si estende verso nord fino alla Columbia Britannica: essa fa parte della cosiddetta cintura di fuoco, ossia delle catene vulcaniche che cingono da vicino il Pacifico. Quelle montagne sono spinte verso l’alto in corrispondenza delle zone di subduzione là dove le zolle tettoniche del Pacifico si immergono al di sotto delle zolle continentali che cingono l’oceano ad ovest, a nord e ad est. La subduzione provoca grandi terremoti e fornisce il magma e la pressione che alimentano la potenza dei vulcani della cintura di fuoco. Il fungo di polvere e cenere che uscì dal cratere oscurò il cielo sopra il Pacifico occidentale e si espanse fino a raggiungere tre giorni dopo New York a 3.500 kilometri di distanza. I danni all’agricoltura, ai manufatti (ponti, case e interi villaggi rasi al suolo) e ai beni naturali entro un raggio di molti kilometri furono ingenti e quantificati in oltre 1.500 miliardi di dollari. I morti furono un centinaio, un numero che può sembrare ridotto ma che per i tempi moderni deve essere ritenuto alto perché le fasi premonitrici furono seguite da vicino da un consistente gruppo di tecnici del Servizio Geologico degli Stati Uniti che fece evacuare i residenti delle vicinanze del vulcano. La maggior parte della popolazione ubbidì all’ordine ma la curiosità di alcuni ancora una volta costò cara.

6. IL VULCANISMO ITALIANO

L’Italia, come tutti sanno, è terra di vulcani. Alcuni di essi sono in piena attività, altri sono quiescenti, cioè in temporaneo riposo, ed altri ancora sono totalmente estinti da migliaia o addirittura da milioni di anni. Non è facile stabilire quando un vulcano debba considerarsi definitivamente spento e quando solo quiescente: il Vesuvio ad esempio era ritenuto, prima del 79 d.C., un vulcano spento anzi in molti non sapevano nemmeno che quel monte coperto da una lussureggiante vegetazione fosse un vulcano.

La vita breve ed effimera dei vulcani, di cui si è fatto cenno all’inizio, è dimostrata anche dal fatto che la gran parte di quelli italiani non è più attiva; si tratta soprattutto di vulcani nati in seguito al corrugamento alpino-himalaiano, quello che fece emergere gran parte della nostra penisola, ma si formarono vulcani anche durante i due corrugamenti precedenti (caledoniano ed ercinico) pur avendo questi ultimi interessato solo marginalmente la struttura geologica del nostro Paese.

Le rocce vulcaniche più antiche, legate al ciclo orogenetico caledoniano, sono ubicate soprattutto in Sardegna e risalgono ai periodi Cambiano e Siluriano dell’inizio dell’era Paleozoica; manifestazioni analoghe a quelle sarde sono comunque presenti anche nei sedimenti paleozoici della Carnia e delle Alpi orientali.

L’attività vulcanica più imponente dell’Era primaria si è però manifestata durante l’orogenesi ercinica in Trentino ed in Alto Adige dove esistono tracce inequivocabili di vulcanismo databili al Permiano, ultimo periodo dell’Era paleozoica. La più evidente di esse è la piattaforma porfirica atesina, costituita da rocce che tutti conoscono perché diffusamente utilizzate nella pavimentazione delle strade, la quale si è formata in seguito all’accumulo di materiale piroclastico trasportato da quelle emulsioni roventi che abbiamo chiamato nubi ardenti. Essa occupa una superficie di circa 4.000 km² ed ha uno spessore variabile da 400 a 1.400 metri.

Nella successiva Era Mesozoica l’attività magmatica è stata meno vistosa e più sporadica, ciò evidentemente in relazione alla calma orogenetica che ha caratterizzato tutto quel lungo lasso di tempo.

Risalgono invece alla fine del Cretacico, ultimo periodo dell’era Mesozoica, o all’inizio dell’Eocene della successiva era Cenozoica le prime manifestazioni eruttive provocate o agevolate dal diastrofismo alpino. Sono di quell’epoca infatti i prodotti vulcanici presenti nella zona dei colli Euganei e dei monti Baldo, Lessini e Bérici tutti ubicati nell’area delle Prealpi Venete.

Contemporaneamente all’attività vulcanica che interessò la zona di nord-est della penisola anche la Sardegna, pur rimanendo estranea ai moti orogenetici alpini, fu teatro di imponenti fenomeni eruttivi conseguenti alla profonda frattura che subì l’isola in seguito alla spinta del corrugamento alpino-himalaiano operante nelle zone limitrofe.

Nella seconda metà dell’era Cenozoica ebbe inizio, lungo la fascia tirrenica della penisola, una estesa attività vulcanica che interessò direttamente la Toscana e il Lazio. I fenomeni, connessi con la genesi e il consolidamento dei magmi, agirono dapprima sull’isola d’Elba e successivamente sul monte Amiata. Testimoni di questa azione endogena sono anche i soffioni boraciferi di Larderello, il primo luogo al mondo in cui un secolo fa l’energia geotermica iniziò ad essere sfruttata per la produzione di corrente elettrica.

La serie dei grandi complessi vulcanici del Lazio comprende i Monti Volsini, i Monti Cimini, il Monte di Vico, i Monti Sabatini, i Colli Albani e Roccamonfina ai quali vanno aggiunti i Monti della Tolfa e le Isole Ponziane la cui attività in verità è un po’ più antica. Alcuni dei vulcani laziali sono caratterizzati dal fatto che presentano nella parte centrale specchi d’acqua chiamati laghi craterici anche se in verità l’acqua non ha riempito singoli crateri ma aree di sprofondamento corrispondenti a quelle parti centrali degli apparati vulcanici all’interno dei quali si sono susseguiti nel tempo vari crateri esplosivi molto vicini fra loro. I maggiori di tali laghi sono quelli di Bolsena e Bracciano che si sono formati nei gruppi Volsino e Sabatino. Gli altri sono il lago di Vico nel Cimino e i laghetti di Albano e di Nemi nel gruppo Laziale.

In piena attività, anche se non tutti in fase parossistica sono l’Etna (il più grande vulcano attivo d’Europa), il Vesuvio e, nelle isole Eolie, lo Stromboli e il Vulcano; devono invece essere considerati in fase di temporaneo riposo i Campi Flegrei e l’Epomeo nell’isola d’Ischia.

7. IL VESUVIO

Il Vesuvio è l’unico vulcano attivo dell’Europa continentale (gli altri sono tutti sistemati su isole) ed è senza dubbio uno dei più conosciuti e studiati della Terra; per questo motivo esso merita uno sguardo particolare. La sua notorietà è dovuta soprattutto all’eruzione del 79 d.C. che seppellì sotto spesse coltri di ceneri e lapilli le città romane di Ercolano e Pompei, ma non solo. Ad accrescere il fascino di questo vulcano concorrono infatti aspetti paesaggistici e antropici eccezionali: il monte, che si presenta perfettamente isolato dalla catena appenninica, si rispecchia nelle acque del golfo di Napoli che gli fa da cornice creando un ambiente di ineguagliabile bellezza; l’opera dell’uomo inoltre, con la sua attività archeologica, architettonica e agricola, ha contribuito a valorizzare ulteriormente la zona circostante il vulcano.

Il Vesuvio è formato in realtà da due vulcani sovrapposti: quello più antico è il Monte Somma, che ha una circonferenza alla base di quasi 50 kilometri e culmina nella Punta Nasone a 1132 metri di quota, mentre quello più recente è il Gran Cono (o Vesuvio vero e proprio) che ha cambiato nel tempo conformazione, altezza e diametro poiché le varie eruzioni lo hanno alternativamente ingrandito e demolito: esso presenta attualmente una circonferenza di oltre 10 kilometri e una altezza di circa 1.270 metri sul mare. Il Gran Cono si è formato con l’eruzione del 79 d.C. al centro dell’enorme caldera del Somma la quale è a sua volta il risultato dello sprofondamento del focolare magmatico dell’antico vulcano.

Quella del 79 d.C. fu la prima eruzione della storia osservata e documentata con metodo scientifico grazie a Plinio il Vecchio, famoso naturalista e comandante della flotta romana di stanza nel golfo di Napoli che immediatamente dopo l’esplosione si recò sul posto con una nave per osservare il fenomeno da vicino e prestare soccorso agli abitanti della zona ma vi trovò la morte per aver respirato i gas tossici dell’eruzione.

Le sue note dettagliate furono raccolte dal nipote Plinio il Giovane che poi le comunicò allo storico Tacito attraverso due famose lettere le quali rappresentano un documento fondamentale per la conoscenza dell’attività vulcanica in epoca antica. Egli, nella prima delle due lettere, descrive un fenomeno molto simile a quello dell’eruzione del vulcano Saint Helens del 1980.

Come quella americana citata, anche l’eruzione vesuviana del 79 era stata preceduta da una serie di terremoti che in questo caso erano iniziati 16 anni prima con una scossa particolarmente violenta, la quale procurò gravi danni alle costruzioni di Pompei ed Ercolano e oltre duemila vittime. Le scosse continuarono nel tempo attenuandosi, ma si infittirono alcuni giorni prima dell’eruzione del 79 d.C., senza tuttavia mettere in allarme gli abitanti della zona, come d’altra parte è successo più volte anche di recente e come probabilmente succederà ancora in futuro. La mattina seguente la prima violenta eruzione del 24 agosto, in un momento di calma apparente, molti abitanti di Pompei nonostante le strade fossero coperte da uno strato di pomici e cenere alto più di un metro, fecero ritorno alle loro case per cercare di recuperare qualche oggetto prezioso. Questa imprudenza costò loro la vita.

Pompei, già in parte sepolta sotto un alto strato di pomici, in seguito a quella disastrosa seconda eruzione fu definitivamente ricoperta da una pioggia di cenere e lapilli mentre Ercolano e Stabia finirono sotto un fiume di fango alto più di venti metri provocato dallo smottamento dei depositi piroclastici incoerenti imbevuti d’acqua proveniente dalle eccezionali precipitazioni favorite dalla condensazione del vapore emesso in grande quantità dal vulcano.

Dopo la prima esplosione, nelle viscere del vulcano la camera magmatica parzialmente svuotata si era andata riempiendo dell’acqua della falda freatica la quale si era infiltrata attraverso le fessure che le scosse precedenti avevano aperto nella roccia. Le alte temperature esistenti all’interno del serbatoio magmatico provocarono l’immediata trasformazione dell’acqua liquida in vapore la cui fortissima pressione sollevò l’edificio vulcanico che poi sprofondò formando un enorme avvallamento aperto verso il mare. Su questa vasta caldera la cui parte residua costituisce l’attuale Monte Somma, si è alzato il nuovo cono vulcanico del Vesuvio.

Plinio il Giovane, che all’epoca aveva 17 anni, iniziò la prima delle sue famose lettere a Tacito con le seguenti parole: “Nubes, incertum procul intuentibus ex quo monte (Vesuvium fuisse postea cognitum est) oriebatur, cuius similitudinem et formam non alia magis arbor quam pinus expresserit.” Che tradotto significa: “La nube si levava, non sapevamo con certezza da quale monte, poiché guardavamo da lontano (solo più tardi si ebbe la cognizione che il monte era il Vesuvio): essa per somiglianza e aspetto a nessun albero avrebbe potuto paragonarsi meglio che ad un pino”.

L’area attualmente coperta dal Somma-Vesuvio probabilmente già un milione di anni fa era sede di attività vulcanica, ma una ricostruzione della storia eruttiva del vulcano è stata possibile solo a partire da 25.000 anni fa. Da quella data sono state individuate sette eruzioni simili a quella del 79 l’ultima delle quali, avvenuta nel 1631, fece 18.000 morti. Queste fasi parossistiche furono inframmezzate da lunghi periodi di riposo che a volte sono durati alcuni secoli.

Attualmente la vita del vulcano è seguita e studiata giorno per giorno nell’Osservatorio Vesuviano fatto costruire nel 1841 da Ferdinando II di Borbone su proposta dello scienziato Macedonio Melloni il quale completò la struttura fornendola della strumentazione necessaria ma fu di lì a poco rimosso dall’incarico a causa delle sue simpatie liberali.

La costruzione, in bello stile dorico, circondata da vaste terrazze da cui si domina il Vesuvio da un lato e il golfo dall’altro, fu inaugurata, non ancora completa, nel 1845 in occasione del VII Congresso degli scienziati italiani. Situato in posizione elevata sul Colle dei Canteroni, estrema propaggine occidentale del monte Somma l’edificio è stato finora rispettato dalla violenza delle eruzioni anche se in più occasioni fu colpito da lapilli e ceneri, scosso dal sisma e lambito dalla lava. Un’eruzione di fine Ottocento ha creato alle sue spalle un promontorio, il colle Umberto, che ha contribuito a proteggere il manufatto dalla colata lavica dell’ultima eruzione avvenuta nel 1944.

Fornito di moderne ed efficienti attrezzature esso è sede anche di una interessante e completa collezione di minerali vesuviani e di una biblioteca estremamente specializzata. L’Osservatorio è una istituzione scientifica di prim’ordine che ha seguito con rigorosa attenzione le eruzioni dell’ultimo secolo e mezzo compiendo così uno studio il più completo ed intenso possibile del vulcanismo.

A dirigere la struttura furono chiamati i più grandi scienziati del tempo, da Giuseppe Palmieri a Giuseppe Mercalli, il cui nome è legato alla scala empirica dei sismi. Quest’ultimo, peraltro, incontrò una morte tragica sulla sua scrivania avvolto dalle fiamme del lume da studio che si era rovesciato sorprendendolo mentre dormiva sopraffatto dalla stanchezza.

Negli anni Venti, con l’arrivo a Napoli di Alfred Ritmann (1893-1983)  noto geofisico svizzero (insieme con il connazionale W. Kuhn nel 1941 formulò l’ipotesi della materia solare indifferenziata al centro del nostro pianeta) prese l’avvio una stagione feconda di vulcanologi italiani di grande valore. Fra questi vi era il geofisico Giuseppe Imbò che nel 1937 divenne direttore dell’Osservatorio e vi rimase fino al 1970.

Con Imbò chi scrive discusse la propria tesi di laurea che verteva su una prospezione gravimetrica dell’area del Gran Cono. Si trattò, in pratica, di effettuare una serie di misurazioni della forza di gravità al fine di “spostare” il materiale leggero che si era accumulato sul Monte Somma nell’eruzione del 79 d.C. per mettere in evidenza la base su cui si era adagiato tale materiale. Fra i suoi compagni di studi vi era Giuseppe Luongo che fu a sua volta direttore dell’Osservatorio fra il 1977 e il 1993, il quale inaugurò lo studio sistematico del rischio vulcanico ed elaborò programmi di didattica e di divulgazione del fenomeno vulcanico.

8. LA DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA DEI VULCANI

I vulcani, come si è già fatto notare, non sono distribuiti a caso sulla superficie terrestre ma, salvo quei pochi esistenti all’interno dei continenti (cioè al centro delle zolle rigide), tutti gli altri sono localizzati in fasce ristrette che rivelano maggiore instabilità e che rappresentano solo un decimo della crosta terrestre; si è anche osservato che quelle stesse aree sono interessate da frequente attività sismica. In precedenza abbiamo anche evidenziato il fatto che la correlazione fra fenomeni sismici e vulcanici è divenuta immediatamente chiara con l’elaborazione della teoria della tettonica globale, la quale ha mostrato come i margini delle placche siano aree estremamente tormentate ed attive. I movimenti di una placca rispetto ad un’altra creano tensioni di notevole intensità che producono le fratture della litosfera attraverso le quali le rocce fuse dell’interno del pianeta possono raggiungere la superficie formando i vulcani.

La distribuzione geografica degli oltre 500 vulcani attivi del pianeta rivela pertanto uno stretto collegamento con le aree di corrugamento recente e di frattura della crosta terrestre. L’attività magmatica in alcuni casi si realizza infatti presso i limiti di placca divergenti, cioè in corrispondenza delle dorsali medio-oceaniche e in prossimità delle fosse tettoniche mentre, in altri casi, è localizzata presso i limiti di placca convergenti cioè in corrispondenza delle zone in cui le zolle tendono ad avvicinarsi l’una all’altra.

Il tipo di vulcanismo nei due casi è molto diverso per origine e composizione dei magmi nonché per carattere e pericolosità delle eruzioni. Anche i magmi prodotti sono molto diversi perché diverse sono le rocce originarie coinvolte nella fusione.

Una lunga e imponente serie di vulcani attivi (il 70% del totale) si estende ad arco lungo l’orlo dei continenti che si affacciano sull’Oceano Pacifico formando la cosiddetta “cintura di fuoco circumpacifica”. Si tratta di un insieme di vulcani subaerei che comprende quelli sistemati sul versante occidentale delle Americhe, su quello orientale dell’Asia e sugli archi insulari del Giappone, delle Filippine e della Nuova Guinea. Sono tutti vulcani fortemente esplosivi i cui prodotti (in gran parte piroclastici) sono in prevalenza di natura acida anche se non mancano quelli basici. L’ambiente geodinamico che sta all’origine di tale vulcanismo è quello delle fosse di subduzione: una condizione che giustifica la natura dei materiali emessi, generati a loro volta dalla fusione parziale delle rocce della camera magmatica e dalla successiva differenziazione del materiale in essa contenuto.

Altre zone ricchissime di vulcani sono le dorsali medio-oceaniche. Qui la maggior parte delle eruzioni sono sommerse e quindi generalmente inosservate, ma in alcuni casi le sommità dei coni emergono a formare delle isole per l’appunto di origine vulcanica. Fanno parte, ad esempio, della dorsale medio-atlantica gli edifici che culminano nelle isole Azzorre, Canarie, Capo Verde e Sant’Elena per proseguire, nell’altro emisfero, con Ascensione e Tristan da Cunha. La stessa grande isola dell’Islanda in parte può essere considerata una culminazione della dorsale. Analoghi casi si hanno lungo le dorsali dell’Oceano Indiano e dell’Oceano Pacifico.

Un terzo distretto di intensa attività vulcanica è la cosiddetta “zona dei Mediterranei” che comprende i vulcani del mare delle Antille (es. La Pelée), del nostro Mediterraneo (Etna, Stromboli, Vulcano, Vesuvio, Santorini, ecc.) e delle isole della Sonda (con i terrificanti Krakatoa e Tambora).

Un’ultima grande fascia di attività vulcanica è la zona delle grandi fratture dell’Africa che dal Madagascar sale attraverso la regione dei grandi laghi africani (Kilimangiaro, Kenya, Ruwenzori) fino ai distretti eruttivi dell’Etiopia, dell’Eritrea e della costa arabica.

Per concludere non dobbiamo dimenticare il fatto che non tutti i fenomeni vulcanici avvengono in corrispondenza dei margini delle placche. Vi sono anche i vulcani che si formano al centro delle placche litosferiche stabili alimentati dai cosiddetti punti caldi. L’esempio più tipico è quello già ricordato dei vulcani hawaiani.

Ad integrazione di quanto già riportato, Vi invitiamo ad approfondire l’argomento seguendo i link sottostanti segnalati da un visitatore che ha lasciato questo commento:

Bendandi non sbagliò proprio niente di due giorni!
La notizia che il sisma nelle Marche si sia verificato due giorni dopo quello da lui previsto si rivela artificiosa e falsamente diffusa.
rassegna_stampaProtez-Civile.htm

Quanto alle dichiarazioni contradditorie dei vari personaggi alla moda… ho commentato anche quelle su basi documentali.

Soprattutto ho applicato un mezzo che può aiutare ad indagare le possibilità di un sisma, di nuovo a livello previsionale, tramite lo studio astrologico delle posizioni ed angolazioni planetarie, secondo leggi naturali immutate nel tempo e non ingannevoli, quando sono applicate seriamente.

Chi vuole saperne qualcosa di più e crede che l’Astrologia seria (non quella da fiera-no-grazie) possa dire la sua in una certa misura e senza offendere nessuno – e perché offendersi, visto che non si è in grado di prevedere? – può leggersi quest’analisi dedicata al 11 Maggio 2011:

http://astrologia.astrotime.org/Bendandi_due%20previsioni%20apocrife.html

Vi sono esaminati dei fattori di tendenza dell’evento discusso e non mancano degli orari di riferimento ad un eventuale maggiore rischio.

Non contraddice alcuna teoria, perciò chi lo ritenesse sensato, potrà tenerne conto liberamente.
Se poi nulla accadrà, avrà comunque aiutato a dormire più rilassati durante la notte.

Nel frattempo ha seguito una ricerca sui maggiori terremoti del mondo, che dovrebbe interessare non poco i sismologi:

http://astrologia.astrotime.org/Terremoti-nel-Mondo.html

La congiura

Il ter­re­moto ebbe luogo a Senigallia con assoluta precisione, anche se la cro­na­ca riporta un ritardo di “due giorni” rispetto alla sua previsione; invero, si direbbe che ab­bia riferito ben poco del­l´even­to, poiché non ne è ri­ma­sto, o non se ne scor­ge il benché minimo accenno, né dell´epoca né po­stu­mo. Provate a cer­car­lo sul web, dove oramai si trova tutto!

C’è da chiedersi il perché? la sola spiegazione che abbia un senso (si fa per dire…) è che si sia fatto in modo da divulgare l´informazione facendo ap­pa­ri­re un ritardo inesistente, per ar­gi­na­re fin dove fosse possibile la cla­mo­ro­sa vittoria.
O meglio, non divulgarla quasi per niente, o privarla di un seguito quanto basta a farne perdere ogni traccia, tranne per il fatto inevitabile che un ter­re­mo­to c’era stato, come pure vi era una pre­vi­sio­ne au­ten­ti­ca­ta a norma di legge: di tut­to ciò difatti, rimane una falsa no­ti­zia, che rimbalza su più di 240 pa­gi­ne di blog ed ar­ti­co­li vari sulla rete, con­tri­bu­en­do ad ali­men­ta­re il verbo che “i ter­re­mo­ti non si possono prevedere”.

La vera notizia va cassata, cestinata, anullata al punto che neppure lo stes­so Ben­dan­di lo ven­ga a sapere. L´artificio ha funzionato talmente bene che qua­si non ci si crede, nep­pu­re dopo averlo constatato con i propri occhi; chi agisce nell´ombra conosce bene que­sti effetti speciali… e chi mai si darà la pena di verificare la ve­ri­di­ci­tà di quel che ri­porta? basta una ta­stie­ra per poter scrivere! ed ecco che le “previsioni” diventano “profezie” e quan­t´altro…
Fortunatamente, almeno un Istituto di ricerca registra la notizia cor­ret­ta­mente e con tutti i crismi, nella sua banca dati.

Il genio di quest´uomo stava dando troppo fastidio e doveva essere messo a tacere, sof­fo­ca­to, escluso, deriso. Fu sufficente un pre­te­sto di ambi­guità per trasformare in una con­dan­na, che non tarderà, quello che poteva essere un suc­cesso in­con­futa­bile; non vi´era altro a disposizione; ma nel­l´im­ma­gi­na­rio col­let­ti­vo, bastava fargliene sbagliare anche una sola, per ab­bat­te­re le sue ripetute dimostrazioni una volta per tutte!

Tanto è vero che c´è cascata tutta la rete, insieme a quei Romani che cre­do­no di poter dormire son­ni tranquilli, solo perché qualche saccente continua a ne­ga­re ad occhi chiusi.

“Si è mai sentito niente di più sciocco?ho commentato, limitandomi al termine sciocco; “se bastava qualche anno a scuola, come mai nessuno c’è mai arrivato prima di lui?”,
per poi aggiungere:
“È un pen­sie­ro che tra­di­sce assai più la men­ta­li­tà a scar­ta­men­to ri­dot­to di chi lo ha for­mu­la­to, che non quel­la di un ge­nio del­la ri­cer­ca. B. ha pubblicato a spese sue un libro in cui esponeva i frutti del suo pensiero. È stato fatto sparire di circolazione.”

Ebbene quel forum, nonostante il titolo di “terrascienza” ed un accurato scambio email, ha rifiutato di pubblicare il mio commento a questo ed altri passi dell’articolo piuttosto fuorvianti, dichiarando: “ci limitiamo a verifiche pun­tua­li e ci muoviamo nel­l’am­bi­to della ricerca” ed inquadrandolo come speculativo.
Dopo ulteriori riflessioni, ha accettato uno stralcio informativo, che evi­den­te­mente non poteva rifiutare; ma lo spa­zio esiguo ha impedito ogni com­men­to effettivo.

Nondimeno, la con­ver­genza dei due Trigoni gli frut­terà un titolo da prima pagina sul Cor­riere del­la Sera, come “l´uomo che pre­vede i ter­re­moti”, una nomea con tutti i re­qui­siti per fare il giro del mondo: (vedi anche archi­viostorico.cor­riere.it).
Questa sinastria Tran­siti-Radix è dav­vero spe­ciale e merita un´oc­chiata attenta.
Infatti anche i riflessi nega­tivi di Giove-Sole oppo­sti a Giove si presentano con l´ineluttabile evidenza di una contromossa vergognosa, tutta tesa ad aggirare uno scacco (o dovrei dire smacco) di portata storica…

“1926 a dì 31 Maggio in Faenza, nei locali di p.s.., il Cav. ben­dandi Rafaele fu Angelo da Faenza, sismo­logo,… viene seve­ra­mente dif­fi­dato a non dare d’ora in avanti più a gior­nali esteri o ita­liani noti­zie rela­tive a futuri ter­re­moti …”, con Plu­tone in X (e Nodo) oppo­sti alla Luna, e baste­rebbe; Mer­cu­rio Semi­quadrato al Nodo ed oppo­sto a Venere, poi in Semi­quadro a Venere cele­ste, a sua volta Se­squi­qua­drato a Venere radix; Nodo Qua­drato al Nodo radix; Sole Se­squi­quadrato al Sole, Venere in oppo­si­zione al Sole.
Una specie di ter­re­moto, ove anti­si­smici e sim­me­trici sono: Mer­cu­rio Tri­gono a Luna e Sole Tri­gono a Marte; Pluto Semi­sestile al Sole e leg­gero Tri­gono a Mer­cu­rio.
Attac­chi dal mondo esterno, soprat­tutto acca­de­mico ed anche inter­na­zio­nale, per “tute­lare la scienza impe­dendo che venisse data tanta pub­bli­cità alle fal­laci e allar­mi­stiche pre­vi­sioni di un empi­rico come il Ben­dandi”.
Oltre alla Luna dura­mente col­pita da un Plu­tone in tran­sito in X, Sole e Venere sono sotto il tiro di un Sole-Mer­cu­rio che si com­bi­nano al polo di Plu­tone-Giove radix in IX. Sono pia­neti retro­gradi (R­/) quelli radix e si intrav­vede la domi­nante di un debito karmico.
Colpi bassi, molto bassi, pro­ve­nienti dall´alto; la ten­sione è forte, ma B. li sop­porta.
Di lì a due anni, la Società Sismo­lo­gica Ita­liana con refe­ren­dum interno intro­durrà nel suo sta­tuto un arti­colo che con­sen­tirà l’espul­sione del socio Ben­dandi

reo di per­se­guire ricer­che scien­ti­fi­che in aperto con­tra­sto con quelle ufficali”.
In due parole: è “cosa nostra”.
Per esteso: non si può sco­prire niente senza per­messo, ma la teoria è ancora più raf­fi­nata: nes­suna ricerca scien­ti­fica può per­met­tersi di con­trad­dire quelle uffi­ciali.
Un con­cetto line­are, sia di ricerca che di scienza!
e intanto le case con­ti­nuano a crol­lare.

Vale forse la pena di chie­dersi dove stia il reato?
se la Santa Sede ha fatto bru­ciare vivi tanti esseri umani ed evo­luti, per tanto tempo ed in nome di Dio – non sto par­lando di sco­mu­nica, ma di roghi – è vero­si­mile che si com­piano ancor oggi libe­ra­mente atti del genere in nome della scienza.

Il problema è che non hanno altri mezzi per verificarne l´attendibilità, se non le teorie stesse di un empirico; e per mettersi al riparo da quest´onta si fa il possibile per va­ni­fi­car­le, fino a farle scomparire. È sempre più comodo giudicare, che essere giudicati.
Si tratta di quella che la public toilet (¹) Wikipedia defi­ni­sce “la comu­nità scien­ti­fica”, lad­dove il dizio­na­rio dell´En­ci­clo­pe­dia Trec­cani, alla voce baronìa riporta:
s. f. [der. di barone1]. – … 2. a. Domi­nio, giu­ri­sdi­zione del barone. b. fig., spreg. Potere dispo­tico. c. estens. Potenza eco­no­mica o poli­tica dei «baroni del­l’indu­stria», dei «baroni della cat­te­dra» e sim. (v. barone1, nel sign. 3 b), e in genere di chi eser­cita un domi­nio pres­so­ché incon­tra­stato in un set­tore della vita e del­l’atti­vità pub­blica.
per non ricorrere alla descri­zione di “mafia”, che:
“… estende la pro­pria influ­enza al­l’intera realtà sociale ed eco­no­mica, in par­ti­co­lare con­cen­tran­dosi sul con­trollo dei mer­cati, delle aree edi­fi­ca­bili, degli appalti delle opere pub­bli­che…”
che il dizio­na­rio Web­ster della Enci­clo­pe­dia Bri­tan­nica iden­ti­fica con:
“a group of people of simi­lar inte­rests or backgro­unds pro­mi­nent in a par­ti­cu­lar field or enterprise ”

Il 4° tra i PRINCIPÎ FONDAMENTALI della Costituzione della Repubblica Italiana enuncia:

Art. 4.

… Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

e il Bendandi ne andava fiero; ma lo ricambiano facendone un cane sciolto, un reo, che significa nientemeno che colpevole di un reato.

Personalmente, mi limito a compatirla come “dotta ignoranza”; ma non rinuncio a chie­der­mi quanti di questi scienziati saranno disposti a presenziare ad un congresso di stu­diosi a Roma, nel pomeriggio del prossimo 11 Maggio, inteso a dimostrare una vol­ta per tutte a chi paga le tasse la non affidabilità di certe previsioni; e quanti tra quelli di loro che vi abitano (ce ne sarà pure qual­cuno?) quel giorno saranno presenti e re­pe­ri­bi­li nella capitale; a monte delle risultanze di qualsivoglia ulteriore analisi.
Eventuali risposte di conferma verranno pubblicate.

Ma in realtà il vero pericolo non è Roma, se ne è parlato qualche settimana fa, una piccola scossa grado 2,2 scala Richter e poi più nulla…….

l sismologo Raffaele Bendandi, vissuto tra il 1893 e il 1979, era convinto di essere in grado di prevedere i terremoti. Proprio come Giampaolo Giuliani, che assurse agli onori delle cronache perché sostenne che alcune sue misurazioni lo misero in condizione di “prevedere” il sisma che distrusse L’Aquila del 2009, teorie che però non hanno trovato sostenitori tra la grande maggioranza dei sismologi italiani.


ORIGINE COSMICA- Decine di siti di informazione hanno pubblicato la notizia secondo cui Bendandi avrebbe predetto due disastrosi terremoti, uno a Roma l’11 maggio 2011 e uno, ancora più distruttivo, il 5-6 aprile 2012. Ma è possibile sapere con certezza che questi eventi si verificheranno? Tra i documenti disponibili in rete a questo proposito, c’è un video d’epoca in cui Bendandi, nel corso del telegiornale Rai, affermava: “L’origine dei terremoti secondo la mia teoria è prettamente cosmica. Secondo dati da me raccolti e controllati il sisma avviene quando nel giro mensile di una rivoluzione lunare l’azione del nostro satellite va a sommarsi a quella degli altri pianeti”.


PREVISIONI ESATTE – A quel punto l’intervistatore gli chiede: “Quindi sarebbero prevedibili i terremoti?” E Bendandi risponde secco: “Prevedibili esattamente”. L’intuizione di Bendandi era che, così come il mare si muoveva assecondando l’attrazione esercitata dalla Luna, lo stesso avvenisse anche per la crosta terrestre. La Luna, il Sole e gli altri pianeti del sistema solare provocherebbero per Bendandi rigonfiamenti della superficie terrestre e, quando le loro forze si sommano, scatenerebbero i movimenti tellurici. Ma chi era l’uomo che prevedeva i terremoti?

GENIO AUTODIDATTA – Nato a Faenza nel 1893, in seguito al sisma di Messina del 1908 Bendandi si appassionò ai terremoti. In occasione di quello della Marsica del 1915, si accorse che l’anno precedente aveva lasciato un appunto in cui prevedeva tutto. Più tardi, nel 1923 davanti al notaio di Faenza decise di mettere a verbale una “profezia”: il 2 gennaio 1924 si verificherà un terremoto nelle Marche. Bendandi sbagliò di soli due giorni. Tuttavia il Corriere gli dedicò la prima pagina, chiamandolo “colui che prevede i terremoti”. Anche il sisma del Friuli nel 1976 pare fosse stato in qualche modo “previsto” dall’esperto, che tentò di avvisare le autorità senza però essere ascoltato. Bendandi fu trovato morto, in circostanze misteriose, nel 1979.

LA PROFEZIA PER IL 1924 – E in quanto ricercatore autodidatta, nel 1920 elaborò la sua teoria «sismogenica». La teoria di Bendandi è nata mentre il sismologo stava compiendo una passeggiata sul bagnasciuga, durante la quale gli è venuta l’idea che la crosta terrestre, così come i mari, subisce gli effetti legati alla Luna. Negli anni successivi la sviluppò lavorando in una sorta di mini laboratorio posto in una profonda grotta dell’Appennino tosco-romagnolo. In occasione del terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915, si accorse che il 27 ottobre dell’anno precedente aveva lasciato un appunto in cui prevedeva che si sarebbe verificato. Bendandi all’epoca aveva solo 22 anni. Più tardi, il 23 novembre 1923 davanti al notaio di Faenza decise di mettere a verbale una «profezia»: il 2 gennaio 1924 si verificherà un terremoto nelle Marche.

SISMOGRAFI INNOVATIVI – Bendandi sbagliò di soli due giorni. Tuttavia il Corriere della Sera gli dedicò la prima pagina, chiamandolo «colui che prevede i terremoti». Iniziò da qui la sua fama mondiale. Nelle sue ricerche si occupò anche di astronomia, geofisica, magnetica, studi cosmici e atmosferici, e della radioattività atmosferica in relazione a scopi atomici. Bendandi costruì inoltre dei modelli innovativi di sismografo, riuscendo a venderli in tutto il mondo. Nel 1927, dapprima fu nominato da Benito Mussolini Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, ma poi gli fu proibito di pubblicare ulteriori previsioni sui terremoti in Italia, minacciandolo di mandarlo in esilio; in realtà egli aggirò il divieto, scrivendo i suoi articoli per i giornali americani.

CICLO DI 11 ANNI – Nel 1931 Bendandi consegna all’Accademia Pontificia i risultati delle sue ricerche sul ciclo di 11 anni del Sole, e in seguito pubblica a proprie spese «Un principio fondamentale dell’Universo». Nel 1959, Bendandi afferma di avere scoperto un nuovo pianeta all’interno del sistema solare tra Mercurio e il Sole, dandogli il nome della sua città natale, Faenza. Solo in seguito, nel 1972 l’astronomo americano Wood e nel 1976 l’inglese Smith portarono avanti le ricerche di Bendandi per la previsione dei terremoti, andando a migliorarne l’analisi ed i risultati. Anche il terremoto del Friuli nel 1976 fu previsto dal sismologo, che tentò di avvisare le autorità senza però essere ascoltato. Bendandi fu trovato morto, in circostanze misteriose, il 3 novembre 1979 nella sua casa-osservatorio in via Manara 17 a Faenza.

ROMA, 11 MAGGIO 2011 – Ma nelle carte di Bendandi si parla di un terremoto che avverrà a Roma l’11 maggio 2011? Il mistero è – solo parzialmente – svelato da Paola Lagorio, presidente dell’associazione La Bendandiana, che non ne ha trovato riscontro nelle carte dello studioso: “I documenti di Bendandi con le sue previsioni per il 2011 erano stati prima gettati nel fuoco e poi salvati. Non si sa chi lo ha fatto, ma la persona si è pentita del suo gesto e le sue predizioni sul 2011 sono quindi giunte fino a noi”.

I MANOSCRITTI PER IL 2011 – Lagorio è stata intervistata di recente dal programma di Raidue, Voyager. E ha rivelato quindi: «Bendandi aveva deciso di bruciare i suoi manoscritti, ma poi ha avuto un ripensamento. E proprio alcuni dei documenti con le sue previsioni per il 2011 erano stati prima gettati nel fuoco e poi salvati. Non si sa chi lo ha fatto, ma la persona si è pentita del suo gesto e quei documenti sono quindi giunti fino a noi. Nelle carte di Bendandi relative al 2011 sono contenuti numeri e considerazioni, sempre in forma numerica». E ha osservato quindi Lagorio: «Nei documenti relativi al 2011 non si trova invece nessun riferimento a luoghi o date precise, come quelle che sono state riportate su Internet. Le notizie su un presunto terremoto previsto per l’11 maggio 2011 a Roma sono quindi destituite di ogni fondamento». Va inoltre osservato, infine, che le previsioni di Bendandi sono sempre state nell’arco di alcuni mesi, massimo un anno, e non per il lungo periodo. E’ inverosimile quindi pensare che abbia fatto delle predizioni addirittura ad alcuni decenni di distanza dalla sua morte. I romani possono quindi tirare un sospiro di sollievo, almeno in attesa della prossima teoria catastrofista che ultimamente su Internet non mancano mai.

BendandiRaffaele_1.jpg

Bendandi, come molti sanno, ha predetto un terremoto violento su Roma per l’11 maggio 2011. Uno ancora più devastante per il 5 o 6 aprile del 2012. Bendandi sapeva predire i terremoti? Perchè la scienza ufficiale non ha mai accettato la sua teoria, dato che ci ha azzaccato più di una volta?

Non si rischia di fare lo stesso errore fatto con Giuliani e il tragico terremoto del 26 aprile a L’Aquila?

Ho trovato un’intervista fatta proprio a Giampaolo Giuliani sulle previsioni sismiche di Bendandi. Le parole di Giuliani sono molto lucide e alla domanda se Bendandi ha ragione, risponde che non può dire di sì, ma che esiste la possibilità che questo accada. Sta studiando i calcoli e le carte di Bendandi e le sta comparando con il suo metodo.

La teoria di Bendandi si basa sul fatto che la Luna come gli altri pianeti del sistema solare, compreso il Sole, sono la causa dei movimenti della crosta terrestre.
Tramite i suoi studi riuscì a prevedere alcuni terremoti del nostro Paese:
terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915 (furono distrutti dal sisma Avezzano e quasi tutto il territorio della Marsica. Ad Avezzano su 13.000 abitanti ne sopravvissero solo 3.000. Anche la cittadina di Sora, nel Lazio, fu distrutta, registrando circa 3.000 vittime. L’anno dopo scossa di 5.2 a L’Aquila)
terremoto delle Marche del 2 gennaio 1924 (in questo caso sbagliò di due giorni, avvenne il 4 gennaio del 1924 a Senigallia)
terremoto del Friuli, il 6 maggio del 1976. Cercò di avvisare le autorità, ma come per il tecnico Giampaolo Giuliani, fu trattato come un pazzo ciarlatano

Raffaele Bendandi è stato astronomo e sismologo, nato a Faenza nel 1893, fu nominato dal duce, cavaliere dell’ordine della corona d’Italia. In seguito venne diffidato dal pubblicare previsioni sui terremoti pena l’esilio. Cosa che fece in parte, dato che pubblicò i suoi studi

Bendandi Raffaele L’uomo dei terremoti, nacque a Faenza e sosteneva con estrema decisione che i terremoti possono essere previsti.

La teoria di, Bendandi è al quanto semplice ed era basata sullo studio della luna e dei pianeti,quindi concettualmente semplice: ” Se l’attrazione lunare è capace di causare maree, spostamenti sulla Terra, figuriamoci  di cosa possa essere capace l’attrazione del Sole, coadiuvato a particolari posizioni dei pianeti.”


Le potenti e forti attrazioni del Sole e dei pianeti sarebbero in grado di influire la composizione della crosta terrestre, le masse semiliquide.

I suoi studi non furono mai accettati dalla scienza ufficiale anche se molti scienziati condividono la teoria di Bendandi.

Il fatto sconcertante e di rilievo è che le previsioni di Bendandi sono tutte di una precisione impressionante per quanto riguarda il periodo in cui il sisma avviene. L’unica cosa che non ha reso attendibile la sua teoria è che non era così preciso come collocazione dove sarebbe previsto l’evento sismico, in un area un po troppo estesa.

Bendandi ha previsto che Roma e le sua zone limitrofe saranno devastate da un terremoto di notevoli proporzioni per l’11 maggio 2011 eda ancora uno successivo di dimensioni apocalittiche tra il 5 e il 6 aprile 2012.

Naturalmente la data 2012 è la si fa coincidere con le profezie dei maya….

Ciò che bisognerebbe fare è almeno tenere in considerazione la teorie di questo grande studioso visto e considerato che era di estrema precisione.

Nel 2011 atteso un violento sisma a Roma

Nel 2011 atteso un violento sisma a Roma

Si possono prevedere  i terremoti? Bendandi diceva di essere in grado di prevedere le scosse di terremoto – Raffaele Bendandi, detto anche l’uomo dei terremoti, nacque a Faenza il 17 ottobre 1893.
Bendandi diceva di aver scoperto come si producono i terremoti e disse di saper predire una scossa di terremoto.

Nacque da un’umile famiglia nel quartiere tradizionalmente denominato Filanda Vecchia, che non potè permettergli di andare avanti con gli studi superiori (ultimò le scuole elementari, un corso di specializzazione per il disegno tecnico e fece l’apprendista da un orologiaio); ciononostante all’età di 10 anni era già appassionato di astronomia e geofisica, tanto da costruirsi da solo un telescopio ed alcuni giroscopi (in effetti lui era uno scultore di legno per professione). In seguito al terremoto di Messina del 28 dicembre 1908, si appassionò ai terremoti, e riuscì, secondo lui, anche a predirli. Dopo l’esperienza come apprendista presso un orologiaio, si iscrisse ad una Scuola d’Arte, per divenire un intagliatore di candelabri e statue sacre, nell’Emilia. Durante la Grande Guerra servì come meccanico in una squadriglia aerea. Si può definire il Bendandi come un ricercatore autodidatta, che nel 1920 formulò la propria teoria «sismogenica».

La sua teoria ha origine in una passeggiata lungo il bagnasciuga, mentre prestava servizio di guardia durante la sua naja: lui nel 1919 intuisce che la crosta terrestre, così come le maree, è soggetta agli effetti di attrazione gravitazione della Luna. La sua teoria per la previsione dei terremoti (mai riconosciuta dalla comunità scientifica) era infatti basata sul fatto che la Luna e gli altri pianeti (insieme al Sole) sono la causa dei movimenti della crosta terrestre, che effettivamente rigonfia, deforma e fa pulsare la crosta terrestre, con tempi e ritmi dipendenti dalla posizione dei corpi celesti. Andò avanti con i suoi studi anche sfruttando una sorta di mini laboratorio posto in una profonda grotta dell’Appennino tosco-romagnolo.

Una sua prima involontaria previsione la fece per il terremoto della Marsica il 13 gennaio 1915, quando si accorse che il 27 ottobre dell’anno precedente aveva lasciato un appunto al riguardo.

Fino ad allora erano in pochi a credere alle sue teorie; il 23 novembre 1923 davanti al notaio di Faenza decise di far scrivere una sua previsione: il 2 gennaio 1924 si verificherà un terremoto nelle Marche. Il terremoto effettivamente si verificò, ma due giorni dopo. Ciononostante il Corriere della Sera gli dedicò la prima pagina, chiamandolo Colui che prevede i terremoti; la sua fama così crebbe anche a livello internazionale. Nei suoi studi si occupò anche di astronomia, geofisica, magnetica, studi cosmici e atmosferici, e della radioattività atmosferica in relazione a scopi atomici.Oltre ai suoi personali, la sua principale attività era quella di falegname; grazie a questa attività costruì e riuscì a vendere alcuni suoi modelli di sismografi, anche in America. Riuscì nel suo piccolo a dotarsi anche di una piccola biblioteca scientifica.

Durante il periodo fascista, precisamente nel 1927 dapprima fu nominato da Mussolini Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, ma poi venne diffidato dal pubblicare ulteriori previsioni sui terremoti in Italia, pena l’esilio; in realtà egli continuò a farlo, ma su altri giornali americani.

Dopo averlo studiato a fondo, nel 1931 Bendandi affida all’Accademia Pontificia il metodo da lui scoperto per interpretare il ciclo undecennale del Sole, e nel seguito riesce autofinanziandosi a pubblicare “Un principio fondamentale dell’Universo”, dove descrive la sua precedente scoperta.

Durante la sua vita, precisamente nel 1959, Bendandi scoprì anche un nuovo pianeta all’interno del sistema solare tra Mercurio ed il Sole, cui diede il nome della sua città natale, Faenza.

Solo successivamente, nel 1972 l’astronomo americano Wood e nel 1976 l’astronomo inglese Smith portarono avanti il metodo elaborato dal Bendandi per la previsione dei movimenti tellurici, andando a migliorarne l’analisi ed i risultati.

Anche il terremoto del Friuli nel 1976 fu previsto dalla sua teoria; inutilmente lui cercò di avvisare le autorità competenti, le quali lo trattarono come un ciarlatano.

Venne trovato morto, forse per cause misteriose, il 3 novembre 1979, nella sua casa-osservatorio in via Manara 17 di Faenza.

Bendandi, attraverso il suo metodo, ha anche predetto una scossa di terremoto devastante per la città di Roma e aree limitrofe per il giorno 11 maggio 2011, e un altro sisma di dimensioni ancora più apocalittiche per tra il 5-6 aprile 2012, quando parecchie scosse di terremoto colpiranno a macchia di leopardo tutta la terra.

In questa ultima predizione, tra l’altro, molti vedono anche le catastrofiche profezie Maya per il 2012.

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